Radiohead on AIR

Cover RHRadiohead on AIR, pièce teatrale

(guarda la gallery fotografica dello spettacolo).

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  – Disponibile in ebook su iTunes! –

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L’idea dello spettacolo sui Radiohead è nato da una provocazione, dalla voglia di cimentarsi con un tipo di scrittura molto particolare.

Premetto: non sono un loro fan sfegatato: i Radiohead mi piacciono, li apprezzo, ma per carattere non riesco ad essere completamente emotivo nell’approccio alla musica e all’arte in generale. Cerco sempre un substrato su cui appoggiare le emozioni, e questo substrato è dato da due cose che accompagnano la mia esperienza culturale da sempre: la scienza e la letteratura.

E i Radiohead  offrono molti spunti di questo tipo, i loro testi sono un crocevia di citazioni letterarie, riferimenti cinematografici, la loro musica è molto più vicina al jazz di quanto si possa credere, soprattutto nei  loro ultimi dischi in cui sperimentano un modo di comporre molto basato su dissonanze e suoni sperimentali.

Riuscire a scrivere uno spettacolo teatrale su di loro non è stato semplice. Come coniugare l’esigenza di raccontare qualcosa della band senza cedere all’enfasi da fan in delirio, ricco di aneddoti, ma privo di contenuti? E ancora: come riuscire a parlare della loro musica senza lasciarsi andare a inutili tecnicismi su scale, accordi, armonizzazioni?

La soluzione deriva proprio dal pretesto scelto, quello di una trasmissione radiofonica in cui uno speaker racconta di sé, parlando di loro, e racconta di loro, parlando di sé. Il tutto condito da un tono molto sarcastico, secondo me vero cardine su cui poggia il tutto. Sarcasmo che non è disprezzo, ma resa incondizionata del protagonista di Radiohead on AIR al ruolo che ognuno di noi ha nella società che viviamo, né pietista né arrogante, ma disincantato.

Con questa esperienza di scrittura devo ammettere candidamente di aver imparato molto. A differenza di un articolo di giornale, di un saggio o di un romanzo, il testo per il teatro ha forti limitazioni: non ti sono consentite distrazioni, divagazioni, devi fornire a chi ti ascolta immagini a cui appigliarsi, costruirgli ricordi, dargli un filo conduttore emotivo che gli permetta prima di fidarsi di te e poi di seguirti per il tempo che ti è concesso, senza abbandonarlo da solo nei meandri della narrazione.  E non sono concessi errori, non esistono molliche di Pollicino che tengano.

Non saprei dare una definizione precisa di un buon testo teatrale, ma posso dire di aver capito come riconoscere quando uno non lo è: quando la battuta che arriva è scontata, quando ci sono incongruenze sulla narrazione, quando è ripetitivo, quando gira a vuoto senza condurti da nessuna parte, quando è pieno di parole forti, che coprono il nulla che c’è sotto, quando non è verosimile, quando ti sembra forzato ciò che viene detto.

Quando tutto questo non c’è, ecco che allora hai un bel testo: qualcosa di fluido, che scorre senza intoppi, che ti sembra naturale, semplice, immediato: non recitato, ma vissuto.

Personalmente credo che l’esperienza della scrittura teatrale sia quanto di più vicino vi possa essere alla poesia, ma non quella dozzinale, quella dei pensieri in libertà scritti andando spesso a capo, ma quella a cui faceva riferimento Yeats nella sua “La maledizione di Adamo”: “A volte un verso può costarci ore; eppure se non sembra il pensiero d’un attimo, il nostro cuci e scuci avrà contato zero”.

Ecco, per me è stato esattamente così.

Ora se volete, questo monologo potete leggerlo a voce alta, gironzolando per casa, oppure rimanendo in silenzio, di notte. O come preferite: nelle strade intasate, nei caffè, a casa d’altri, a letto, in aereo, nave, autobus o treno; e in qualunque momento, sempre, oppure solo ogni tanto. E, così come nello spettacolo che ne è stato tratto, potete ascoltare le canzoni dei Radiohead, che costituiscono parte integrante della narrazione.

Questa è una storia che mi andava di raccontare e di scrivere da tempo. E mi piace fantasticare su qualcuno che, dopo averla letta, pensi che non sia stato così male averlo fatto.

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Scrivere è come fare l’amore. Non si ha mai la certezza che la propria gioia sia condivisa.

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