True Detective? Un capolavoro scientifico prima che cinematografico.

True Detective è un capolavoro, c’è poco da girarci intorno. E non lo è solo perché è girato bene ed interpretato magnificamente, ma perché tratta l’orrore dell’uomo e per l’uomo da un punto di vista razionale, biologico, evolutivo. Sta qui il valore aggiunto della serie, che diversamente sarebbe un banale poliziesco: due investigatori, dei crimini irrisolti, qualcosa da nascondere nelle vite di entrambi.

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Sarebbe stato il solito polpettone buonista alla Montalbano, per capirci, oppure quello un po’ più sofisticato di “Gomorra la serie” che, sebbene sia una spanna sopra tutte le altre serie mai girate in Italia, è sempre dieci spanne sotto la media di quelle girate negli States. Infatti non è estremamente difficile essere meglio dei vari nonni liberi, agiografie di Papi, nascite di Gesù, posti al sole, fiction su polizia, carabinieri, finanzieri, che ci manca solo quella sui netturbini.

Il problema spesso, troppo spesso, è di sceneggiatura: i dialoghi sono banali, le battute scontate e superficiali. Non viene mai concessa allo spettatore una riflessione più approfondita di quelle che si potrebbero facilmente trovare sui diari dei ragazzini delle scuole medie, qualcosa che cambi il punto di vista di chi ascolta, che lo metta spalle al muro.

Quando va bene, e deve andare molto bene, ti arriva all’orecchio qualche frase ad effetto del tipo: “L’uomo che può rinunciare a tutto non ha paura di niente”, e capirai la profondità, tanto è vero che la frase diventa subito tormentone, e da tormentone a parodia il passo è breve, e alla fine pensi che l’originale è stato girato solo per scimmiottare la parodia.

True Detective invece, sceneggiata da Pizzolatto, è illuminante perché mette in scena l’uomo da un punto di vista antropologico e lo analizza con lo sguardo di uno scienziato. I due poliziotti che interrogano Rust Cohle sono simili a cavie in un laboratorio: inconsapevoli di esserlo, e convinti di comportarsi in modo naturale, non fanno altro che rispondere agli stimoli della persona che stanno interrogando. Un po’ alla volta vengono condotti per mano allo scoperta del male, non quello esoterico, biblico o diabolico, ma quello animale, umano. Per questo ancora più spaventoso.

Rust Cohle viviseziona i comportamenti, ne studia gli automatismi e distrugge la cornice razionale nei quali li abbiamo inquadrati. Ci riesce facendo precipitare se stesso e i suoi interlocutori in un tunnel di disperazione in cui l’uomo viene schiacciato a terra e considerato per quello che è: un elemento evolutivo, un “pupazzo di carne”, la cui coscienza è un “errore”, la religione che si è dato, qualsiasi essa sia, poco più di un virus linguistico e l’universo nel quale ci muoviamo un banale elemento della conoscenza.

In True Detective trovano spazio la “teoria M”, tra le ipotesi più spinte della fisica teorica, la “teoria del meme culturale” di Richard Dawkins, il tempo quale elemento circolare con riferimento alla filosofia di Nietzsche. La metafisica e la biologia evolutiva diventano le chiavi di lettura del mondo in cui viviamo, e tutte le sovrastrutture sociali vengono lentamente distrutte, puntata dopo puntata: la vita, la morte, la religione, l’amore, la stessa esistenza dell’uomo, che si scopre essere senza uno scopo, se non quello di affannarsi a trovarne uno.

Altro che le nostre storie mistiche, le storie di emigrazione da sud a nord, le mamme precarie, la povertà sociale, il conflitto sociale, il capitalismo cattivo. Che palle. Qui i riferimenti letterari sono di tutt’altro tenore: dal “Re Giallo” dei racconti di Robert W. Chambers, in cui si fa riferimento ad un gioco che “induce la disperazione e follia in chi lo pratica”, alla città di Carcosa, descritta per la prima volta in un racconto noir di Ambrose Bierce, autore del “Dizionario del Diavolo”, guarda un po’.

Insomma, tutta la vicenda narrata ha a che fare con la violenza: istintiva, automatica, profonda e ancestrale. E’ un male che non ha niente a che vedere con la razionalità, con la volontà, ma con l’amigdala, con il corpo animale e istintivo che prende il sopravvento sulle convinzioni e convenzioni del pensiero. E questo destabilizza, lascia pietrificati, perché demolite le sovrastrutture ideologiche e religiose, non esiste via di redenzione possibile.

Almeno fino all’ultima puntata, quando i due si fermano, fuori da un ospedale, a osservare il cielo. E sembra di rileggere il dantesco “infine uscimmo a riveder le stelle”, ma non nella paccottiglia melensa della versione alla Benigni, per capirci, quanto in quella raggelante di essere dei piccolissimi e insignificanti viaggiatori a cavallo di questo pianeta: un minuscolo granello di sabbia in un Universo costituito da miliardi di Galassie, ognuna con miliardi di pianeti.

L’unica consolazione deriva dalla consapevolezza che tutto, prima o poi, finirà. In un momento in cui il tempo non esisterà più, in un luogo in cui non ci sarà più lo spazio, niente di tutto ciò che abbiamo fatto sarà mai stato.

E il brivido sulla schiena che si sente quando finisce la serie non è per l’essere usciti vivi da quell’inferno, ma perché di fronte a questo nulla cosmico, spaventoso e per questo infinitamente commovente, ci si sente, paradossalmente, finalmente vivi.

@PArgoneto

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