Edgar Allan Poe e la scrittura come teorema matematico.

Quando E.A. Poe scrisse il saggio “La filosofia della composizione”, era il 1846. Apparve per la prima volta sul numero di aprile dello stesso anno del «Graham’s American Monthly Magazine of Literature and Art» e da allora è diventato una vera e propria pietra miliare per tutti gli scrittori (perlomeno per la cerchia ristretta di coloro che prima di scrivere, leggono). Con questo breve testo Poe, descrivendo come si arriva ad un’opera letteraria, critica ferocemente tutti coloro che «preferiscono dare ad intendere che essi compongono in uno stato di splendida frenesia». Perché mentono, ovviamente. Secondo lui, infatti, questa categoria di scrittori è affetta solo da sterile vanità: vorrebbero far credere di riuscire a scrivere partendo da una «estatica intuizione», nascondendo tutto ciò che avviene davvero durante la composizione di un testo.

Poe

 

Poe riteneva che l’originalità derivasse non da puro intuito, quanto da una profonda ponderazione: non si vergognava quindi di rendere noto al suo pubblico quanta logica e calcolo vi fossero nella sua penna. Per questo decise di rivelare il percorso tortuoso che lo aveva portato alla redazione de “Il Corvo”, forse la sua poesia più conosciuta: «È mia intenzione rendere evidente come ogni momento nella sua composizione sia rapportabile o a un incidente o a un’intuizione; che il lavoro è proceduto passo passo, fino al suo completamento, con la stessa precisione e la stessa consequenzialità di un teorema matematico».

A fargli eco, sulla stessa lunghezza d’onda, c’è uno come Yeats che, nella sua “La maledizione di Adamo”, disse: “A volte un verso può costarci ore; eppure se non sembra il pensiero d’un attimo, il nostro cuci e scuci avrà contato zero”. Ma la stessa determinazione algoritmica di Poe e di Yeats non è merce diffusa. Infatti, se a scrivere romanzi ci si sono messi un po’ tutti, alla poesia è andata pure peggio. Ci sono poeti ovunque: in ogni paese, in ogni città, in ogni parrocchia, in ogni famiglia, perfino nel vostro ufficio. Ce n’è un numero maggiore addirittura dei “creativi”, altra categoria di persone in grado di declinare la propria incapacità di fare qualsiasi cosa ammantando di professionalità l’ovvio. Insomma: la poesia è scienza da rompicapo,

non scrivere

andando

troppo

spesso

a capo.

Difficilmente leggono altro, i poeti, se non le poesie dei poeti stessi, a maggior ragione le loro. L’unica cosa positiva è che è sempre facile riconoscerli, e quindi evitarli: girano sempre con un quadernino, nel caso gli venisse l’ispirazione. Sarà per questo che Paul Valery, quando ebbe la fortuna di intervistare Einstein, non trovò di meglio che chiedere allo scienziato se “naturalmente” portasse sempre con sé un taccuino per annotare le sue idee. Lapidaria la risposta: “No, non faccio questo. Vede, avere un’idea è cosa veramente rara”.

Alcune eccezioni però ci sono, che confermano comunque la regola. Ad esempio Charles Simic, che paragona la sua scrittura agli scacchi: «Ogni poesia è una nuova partita. Guardo la pagina nel modo in cui un giocatore guarda la scacchiera. Provo a immaginare le mie possibilità di vincere o perdere. E mi servono giorni, a volte mesi, per vedere cosa ho esattamente sotto il naso. Per capire quale pezzo è nella posizione migliore per far male all’avversario». Sarà per questo che è un poeta che non è letto dai poeti.

Scrivere, quindi, è complicato come una partita a scacchi, che prevede un numero di alternative potenziali pari a quello stimato di particelle nell’universo, e invece è giocata quasi da tutti come una banale e inconcludente mano di Tris.

Difficilmente riuscirete a convincervi del contrario, sfogliando le ultime uscite in una qualsiasi libreria in cui vi capiterà di andare: vi basterà sfogliare le prime cinque pagine di un qualsiasi romanzo per capire che potreste trovare maggior consolazione perfino nel ricettario della Parodi. Hans Küng ad esempio, esimio teologo, si chiede in un libro di quasi mille pagine: “Dio esiste?”. Inutile andare subito all’ultima pagina, come ho fatto, per cercare una semplice risposta: un sì. O magari un no. Niente: l’esimio teologo non sa rispondere alla sua stessa domanda pur avendoci scritto un libro, roba da far impallidire perfino Marzullo.

L’unico conforto potreste averlo fiondandovi sui classici, magari imbattendovi in un Balzac d’annata per trovare un po’ di ossigeno: in fondo le illusioni erano perdute già due secoli fa.

@PArgoneto

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