Michael Jackson e il brevetto di Smooth Criminal

«Metodi e strumenti per creare l’illusione dell’antigravità» è il titolo di un brevetto del 1992. Un brevetto di Michael Jackson, pop star planetaria, che ha pensato di tutelare l’invenzione che gli consentiva di fare uno dei suoi passi più famosi e innaturali, perché contro le leggi della fisica, in “Smooth Criminal”. Insomma: gli inventori non sono chiusi solo nelle Università, ma purtroppo in Italia sembrano essere sempre di meno. Perchè?

Copertina Fanzine

Tutto è iniziato con una mezza verità, quella di Newton per l’esattezza. Anche i meno appassionati di scienza sicuramente sono a conoscenza del fatto lui è stato il primo a formulare la famosa “legge di gravitazione universale”, la legge che spiega cioè perché, e con quanta forza, un gelato che ci scivola dalle mani finisce a terra e non sul soffitto. Newton, certo, è arrivato a questo risultato perché interessato a problemi molto più avvincenti per uno scienziato, cioè il movimento e le orbite dei pianeti (perché la luna non ci cade sulla testa?), ma rimane il fatto che l’ispirazione per definire nel dettaglio la sua legge sia stata procurata da un avvenimento banale, perlomeno quanto quello del gelato: il distaccarsi di una mela dal suo ramo.

Dicevo una mezza verità, non perché la legge fosse sbagliata, ma perché descriveva, con un dettaglio e degli strumenti matematici impensabili per l’epoca, l’attrazione dei corpi per mezzo della gravità, senza però mai spiegare cosa fosse la gravità. Per capirlo abbiamo dovuto aspettare Einstein con la sua relatività generale.

Parallelamente a queste grandi conquiste intellettuali, l’uomo ha però da sempre provato a vincerla la gravità, anche senza sapere cosa fosse: dagli aerostati, ai supereroi dei fumetti, agli aeroplani agli “arcobaleni” di Thomas Pynchon, a un certo tipo, sempre più diffuso, di chirurgia estetica.

C’è poi chi ha addirittura brevettato dei «Metodi e strumenti per creare l’illusione dell’antigravità». Era il 1992. Si trattava di un sistema molto semplice, nascosto all’interno di un paio di scarpe, pensate per effettuare dei movimenti innaturali in grado di simulare l’assenza di gravità, appunto. In buona sostanza, utilizzando queste scarpe, è possibile sbilanciarsi in avanti riuscendo quasi a toccare il pavimento con il naso, evitando però di fare la fine della mela di Newton.

Il codice del brevetto statunitense è il 5.255.452 e la domanda di deposito è firmata da Michael Jackson, non un semplice omonimo del celebre cantante e ballerino, ma proprio lui. E scoprire un inventore nascosto dietro una star di livello planetario provoca sempre un certo piacere intellettuale. 

Michael Jackson ha dunque deciso di tutelare la sua invenzione dopo averla abbondantemente utilizzata a cominciare dal 1987 nel famoso passo di «Smooth Criminal», in cui la pop star si piega al terreno a 45 gradi (GUARDA IL VIDEO). Il tacco infatti aveva un incavo a forma di V, mentre dei pioli posizionati sul pavimento permettevano alle scarpe di agganciarsi al terreno. Un tutore teneva poi ferma la caviglia e distribuiva il peso su tutta la gamba cosicché il cantante potesse spostare il baricentro molto in avanti, sfidando la fisica. Con buona pace di Newton e pure di Einstein.

Michael Jackson

Ma perché brevettare un’invenzione? Perché il brevetto è forse il più importante tra mezzi a disposizione degli scienziati e degli inventori di ogni risma per trarre vantaggio, in termini economici, dalle proprie idee.

Secondo il nuovo Rapporto OCSE 2013 – Science, Technology and Industry Scoreboard 2013 il nostro Paese, nemmeno a dirlo, è tra gli ultimi per numero di domande di brevetto. Secondo l’Unione Europea la colpa non sarebbe solo delle Università ma anche delle imprese, che non riescono a dialogare con i centri di ricerca. E pensare che l’idea del brevetto è nata proprio qui in Italia, all’epoca del tiranno di Sibari Filarco che, nel VII secolo a.C., concedeva un monopolio di un anno per una pietanza “originale” in modo che “chi per primo l’avesse inventata ne potesse trarre profitto”.

Che succede al Paese di Leonardo, Galileo, Fermi, Volta, Fibonacci, Rubbia, Montalcini, Hack? Da un lato si investe poco in ricerca, dunque si “inventa” meno di altri Paesi perché da noi c’è molta meno gente pagata per questo tipo di attività; dall’altro ci sono poche imprese in grado di utilizzare gli ultimi ritrovati scientifici e tecnologici per via del sistema produttivo poco innovativo. E poi c’è un terzo, inquietante, fattore: la nostra formazione di base è poco scientifico-tecnica, quindi a nessuno degli artisti nostrani verrebbe in mente di realizzare un brevetto, probabilmente perché non sa nemmeno cosa sia.

È un dato con cui iniziare sempre di più a fare i conti: il modello culturale del nostro Paese non è al passo con i tempi, perché non permette alle nuove generazioni di avere un rapporto confidenziale con la tecnologia e la scienza. Volete un esempio? Citare Platone, o un altro generico filosofo, in qualsiasi discorso vi etichetterà immediatamente come uomo di “cultura”; ignorare completamente il secondo principio della termodinamica invece è scusabile, perché espressione di “un sapere tecnico”, in accordo al motto di Croce: “comanda chi ha studiato greco e latino, e lavora chi conosce le materie utili”.

Eppure è proprio il combinato di capacità di ricerca, innovazione, cultura, dinamismo industriale e capacità di conquistare nuovi mercati che può riavviare il Paese, recuperare occupazione e reggere una competizione internazionale sempre più intensa.

Come se ne esce? Aumentando il numero dei laureati in discipline scientifiche, incrementando i rapporti tra centri di ricerca, società, imprese e attività culturali. Prendendo atto del fatto che molti errori sono stati compiuti, come una volta durante la tappa di Tokyo dell’History Tour di Michael Jackson, nel 1996: una delle due scarpe mancò l’attacco e lui perse l’equilibrio. L’equilibrio però, non la creatività: dopo quella volta creò una nuova versione del modello di scarpa, rivista e corretta, che funzionò senza tradirlo più.

Perché per imparare dai propri errori non serve avere necessariamente una mente eccelsa, basterebbe provare un po’ di vergogna.

***

Questo articolo è l’editoriale del nuovo numero del Fanzine di Liberascienza.

@PArgoneto

 

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