Intervista ad un artista

Essere artista non è cosa semplice. Distinguere tra i cialtroni e i professionisti non è immediato: perché alcune cose sono opere d’arte e altre no? Perché Duchamp è un artista se espone un bidet e non lo è un idraulico che lavora tutti i giorni con dei sifoni? Come l’arte può modificare la nostra vita?  Ma ancora di più, cos’è l’arte? Ne parliamo con un artista noto sulla scena internazionale: provocatorio, cinico e irriverente, scandaloso, sacrilego e impertinente ma soprattutto incompreso. Recentemente “Bimbo che piange”, video installazione esposta da un commerciante al mercato del pesce di Tokyo, lo ha definitivamente consacrato sulla scena internazionale.

 

Innanzitutto, ci puoi spiegare da dove nasce l’idea di “Bimbo che piange”?

Viviamo in un mondo di solitudine. Lo sappiamo tutti, ma non ne abbiamo la percezione. Un po’ come quando si parla della morte: tutti sappiamo che dobbiamo morire, ma pochi ne hanno la percezione reale. E quelli che ce l’hanno vanno in depressione, mi capisci? Allora ho pensato: perché non far sperimentare questa consapevolezza al simbolo dell’innocenza umana? Così ho video registrato un bambino dell’asilo, figlio di un mio caro amico, a cui abbiamo sostituito un lecca lecca con un banale pezzo di legno colorato. Il suo pianto ha riportato in noi quel sentimento di abbandono che ci ha fatto ristabilire un contatto con la vita.

E come ci sei arrivato a Tokyo?

La vita è piena di coincidenze, mi capisci? Stavo facendo vedere questo video ad un amico, quando per caso lo smartphone mi è caduto di mano. Stavano passando di lì dei giapponesi, eravamo infatti in una città molto interessante e culturalmente viva, e sai che i giapponesi fotografano tutto e tutti, no? Così quell’immagine è finita nel circuito internazionale dei parenti del tizio che ha fotografato, sino ad arrivare ad un commerciante di pesce che ha deciso di proiettare quel video sulla parete alle spalle della sua bancarella di pesce a Tokyo. Non chiedermi perché. Forse un perché non c’è. È l’arte, trasversale, multietnica. Per me Tokyo, Lima o Chiavari sono la stessa cosa.

Cosa ne pensi di quelli che si improvvisano artisti?

Sono un danno per noi tutti che lavoriamo duramente, anche solo per farci riconoscere ed apprezzare. È facile realizzare qualcosa, farla vedere a qualcuno e dire che è arte. Se si fa in questo modo c’è sempre una scappatoia: se la gente ti capisce sei un’artista, se non ti capisce sei ancora di più un artista perché la gente non ti capisce. Non so se mi spiego. È importante invece sensibilizzare le persone, far capire che, ad esempio, quella che faccio io è arte. Gli altri cerano solo di copiarmi.

Interessante. Ma puoi dirci qualcosa in più: come crei una tua opera d’arte?

Per me, in questo mondo, vale sempre il principio di indecisione: o qua o là vale uguale, capisci? Le mie installazioni sono opere che esprimono alla perfezione la volatilità e la mancanza di riferimenti della società post moderna che stiamo vivendo. Mi piace sfruttare molto le luci, i rumori, le diapositive, i video, la musica, le sculture, le protesi di mia nonna, gli animali (vivi e morti) e tutto ciò che ha colpito la mia fantasia e di conseguenza stimola lo spettatore. Ad esempio, una volta, mi sono seduto su una panchina con il mio cane. La gente passava e mi salutava, non aveva capito che se non rispondevo era perché in quel momento io ero un’opera d’arte. E invece hanno pensato fossi solo uno scostumato. C’è ancora molta strada da fare, mi capisci?

Prossime iniziative artistiche?

È un periodo che, dopo elementi sonori decisamente hard ed underground, ho collaborato infatti con dei miei video all’apri palco di Povia e dei Platters, sto riscoprendo il sound anni ’70 dei Deep Purple, questa profondità del rosso porpora che richiama in me eventi di memoria omeopatica: tutto ciò che è simile richiama ed arricchisce il simile, come acqua sull’acqua, capisci? E dunque la loro Smoke on the water è stata da me reinterpretata artisticamente in un video concept di soli quattro secondi. Una fucilata di senso. Come mandare in fumo quattro secondi della propria vita, non so se mi spiego. Ero sul lungo mare di Taranto, che mi ha richiamato questa melodia, questi aromi di benzene, questa volontà dell’uomo di riscattarsi e di librarsi sul non senso evaporante della nostra società. E così ho realizzato quest’opera, mi capisci?

Intervista all’artista Pierluigi Argoneto a cura di Pierluigi Argoneto. 

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