Alice dà i numeri, tra Schrödinger e Dalì.

Immaginare che un matematico trentenne, con una sospetta attenzione verso le bambine a lui affidate per l’educazione al fascino dei numeri, potesse concepire uno dei libri più falsamente innocui della storia della letteratura, non è cosa immediata. Eppure è nata proprio così, quasi per caso, la storia di Alice nel Paese delle Meraviglie e Alice attraverso lo specchio. In un giorno d’estate del 1862, Charles Lutwidge Dodgson e Robinson Duckworth, due reverendi che insegnavano matematica ad Oxford, portarono in gita sul Tamigi tre bambine.

Per allontanare la noia del viaggio, il reverendo balbuziente Dodgson intrattenne il gruppo con la storia (inventata al momento) di una ragazzina in grado di fare esperienze avventurose nei luoghi più comuni e inaspettati. A fine giornata, una delle tre sorelline Liddell, di nome Alice, implorò letteralmente Dogson di scrivere quella storia e di fargliene dono. Qualche mese dopo, Dodgson avrebbe realizzato un manoscritto, poi donato alla bambina, con il nome di Lewis Carroll (pseudonimo che è dato dalla versione anglicizzata dei suoi due nomi, Charles Ludwidge, invertiti).  Era la prima versione di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Questo testo è attualmente conservato presso la British Library ed è liberamente sfogliabile online. Il volume, inoltre, contiene 37 illustrazioni ad inchiostro realizzate da Dodgson/Carroll stesso.

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Ma il libro, come dicevo, è solo falsamente innocuo e per bambini. Questo non solo per le tendenze pericolosamente morbose del suo ideatore*, quanto per le notevoli implicazioni logico-matematiche e fisiche della trama. Carroll infatti utilizza, spesso mascherati come banali nonsense, paradossi logici ed enigmi scientifici di tutto rilievo. Quindi, leggere Alice nel Paese delle Meraviglie e Alice attraverso lo specchio con occhi meno innocui di quelli che può avere un letterato non è solo una possibilità, ma una necessità se si vuole apprezzare fino in fondo l’opera stessa. Se si vuole, in altre parole, svelare l’ordine che si nasconde dietro il caos apparente del racconto: il che, nemmeno a dirlo, è il vero scopo della scienza.

Ovviamente non si può descrivere tutto in poche righe, ma è possibile darne qualche accenno.

Relativamente alla struttura dei testi, entrambi i racconti sono strutturati come il Clavicembalo Ben Temperato di Bach: due serie di dodici capitoli, incentrati rispettivamente sui giochi di carte e sul gioco degli scacchi. Giochi che, per come sono organizzati, hanno con la matematica notevoli collegamenti teorici e strategici.

Il tutto poi inizia con una caduta accidentale di Alice nella tana del Bianconiglio, una caduta così lunga che permette alla bambina di chiedersi se raggiungerà il centro della terra, o addirittura gli “Antipotici” che stanno dall’altra parte. Potrebbe sembrare una domanda al limite del ridicolo, se non fosse che lo stesso interrogativo se l’era già posto secoli prima Plutarco e la risposta, tutt’altro che ovvia, l’aveva data Galileo nel suo Dialogo sopra i due massimi sistemi.

Per non parlare di quando Alice, passando attraverso uno specchio, si ritrova in un mondo alla rovescia, dove cioè tutto è invertito: il sopra con il sotto, la destra con la sinistra. Sarebbe stato possibile? Ebbene, a livello subatomico sì: le molecole di cui è costituito il nostro mondo, secondo l’equazione di Schrödinger, possono esistere in due forme, l’una speculare all’altra. Ad esempio, ci sono due tipi di zucchero, chiamati non a caso destrosio e levulosio (non chiedetevi mai quale tipo usa il vostro barista). Il risultato del processo evolutivo ha privilegiato, senza apparenti motivi a favore di questo risultato o contro il suo opposto, l’aspetto sinistrorso che, lentamente, ha preso il sopravvento. Quando dunque Alice dubita, prima di passare attraverso lo specchio, del fatto che “forse il latte speculare non sarebbe buono da bere”, ha perfettamente ragione: non solo quel latte “destrorso” avrebbe un gusto diverso, ma probabilmente non sarebbe neppure da noi assimilabile (il che fa sospettare che i caffè di alcuni bar siano fatti nel mondo attraverso lo specchio).

Il libro ha dunque un notevole fascino, anche visivo e di fantasia. Dalla sua pubblicazione 1865, Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie ha visto la pubblicazione in diverse decine di edizioni illustrate (e almeno venti film), a partire da quella di Carroll stesso. Insomma, Alice ha sempre avuto un complemento visivo spesso semplicemente illustrativo, a volte estremamente onirico come quello realizzato da Salvador Dalì nel 1969.

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Le immagini richiamano il surreale della storia stessa, cogliendo in pieno il nonsense che pervade la trama del racconto e che, probabilmente, rappresenta la ricerca del senso della vita di ognuno di noi. Ricerca che, sebbene appaia un’impresa impossibile, non rende inevitabilmente disperata l’esistenza stessa.

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Dice infatti il Re di Cuori: “se un senso non c’è, questo ci evita un sacco di guai, perché non dobbiamo cercare di trovarlo”. Cosa che confermerebbe quanto detto dalla Duchessa: “tutto ha una morale, bisogna solo trovarla”.

Appunto.

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*Che cosa successe di preciso non si sa. Fatto è che, da un lato il trentenne reverendo amava fotografare le bambine nude e sbaciucchiarle; dall’altro, la decenne Alice era anche fin troppo sveglia per la sua età: un giorno, ad esempio, invitò un adulto a prendere il tè a casa sua mentre i genitori erano in gita, provocando un imbarazzo generale quando questi tornarono in anticipo a causa del maltempo. Certo è che, pochi mesi dopo la gita in barca, la madre costrinse di colpo Alice a distruggere tutte le lettere che Dodgson le aveva scritto, e impedì a lui di rivederla: i due si reincontrarono soltanto trent’anni dopo, nel 1891. [Cfr. Piergiorgio Odifreddi, “Meraviglie nel paese di Alice”]

Twitter Argoneto

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