La Shoah? Anche colpa della (falsa) scienza

Giornata della MemoriaCi possono essere vari modi per celebrare il Giorno della Memoria. Uno è sicuramente quello di lasciarsi emotivamente trasportare, guardando o proponendo film a tema, pubblicando stralci del Diario di Anna Frank o immagini di deportati sul proprio profilo Facebook, scrivendo un tweet contro tutte le forme di discriminazione, ripromettersi che mai e poi mai permetteremo che una tale cosa accada nuovamente. Tutte cose legittime, che però immediatamente dopo averle fatte diventano lontane, come quando si esce dal cinema con la lacrimuccia, ma giusto il tempo di infilarsi in un locale per sorseggiare un aperitivo.

Un altro modo, non necessariamente migliore, ma sicuramente preferito da chi scrive, è quello di cercare di fare mente locale su alcune cose che hanno permesso quella tragica deriva. Tutti sappiamo che, nella Germania di quegli anni, la molla principale che fece scattare tale forma di repressione nei confronti degli ebrei (e degli zingari e omosessuali in percentuale minore) è stata determinata da motivazioni di carattere prettamente sociale ed economico. A questo però c’è da aggiungere un aspetto troppo spesso sottovalutato di quella tragedia: il suo travestimento ideologico che affondava le radici nella “teoria della razza ariana”, derivazione spuria e non corretta della teoria dell’evoluzione di Darwin.

La storia è questa.

Darwin scrisse i suoi libri, L’origine delle specie e L’origine dell’uomo, rispettivamente nel 1859 e nel 1871. La eco di questi due testi è stata da subito enorme, anche nel mondo intellettuale di stampo umanistico. Piccolo inciso: la teoria di Darwin è una teoria scientifica a tutti gli effetti sebbene, a differenza di quasi tutte le altre che conosciamo, ha una scarsissima matematizzazione. In altre parole: non ci sono formule matematiche con cui è possibile “tradurla” in linguaggio simbolico. Questo aspetto la rende estremamente pericolosa, non in sé ovviamente, perché troppe persone con nessuna dimestichezza scientifica pensano, o hanno pensato, di poterla capire facilmente o addirittura di poter esprimere una “opinione” su di essa. Questo è il motivo principale per cui di questa teoria (termine che non è sinonimo di “ipotesi”, tanto per capirci) ancora se ne discute come se fosse opinabile, mentre di altre no.

Cosa c’entra tutto questo con la Giornata della Memoria e con la Shoah? C’entra eccome. Nel 1879, in occasione del 50° Congresso dei naturalisti tedeschi ad esempio, si cominciò a parlare di “darwinismo sociale”. Ebbene, il darwinismo sociale non ha nessun fondamento scientifico, inutile specificarlo. L’idea però cominciò a diffondersi tra gli intellettuali tedeschi che, soprattutto ad opera di Eugene Fischer, iniziarono ad approntare le prime idee di superiorità della “razza ariana” e i primi esperimenti, soprattutto nelle colonie africane, di eugenetica. Lo stesso Fischer, nel 1930 divenne  poi direttore dell’Istituto di antropologia di Berlino e consigliere di Hitler, da cui ottenne fondi per portare avanti gli esperimenti sugli esseri umani, che in parte si tradussero nelle leggi naziste di Norimberga del 1935.

Questo ambiente “culturale” portò, tra le altre cose, all’eutanasia forzata, alle campagne di sterilizzazione, alla soppressione dei bambini con malformazioni fisiche e malattie mentali, agli esperimenti nei campi di concentramento condotti dallo stesso Fischer e dal tristemente noto Josef Mengele.

Un buon modo per celebrare il giorno della memoria impone dunque di riflettere sui danni che le sbagliate interpretazioni di teorie scientifiche possono provocare, di vigilare su quanti cercano di “piegare”, per ignoranza o dolo, la scienza alla volontà politica del governante di turno o di diffondere teorie pseudo scientifiche (vedi Stamina, metodo Di Bella o similari) nella nostra società.

In questo gli scienziati devono giocare un ruolo fondamentale, sentire l’esigenza morale di comunicare nel modo più corretto e divulgativo possibile i loro risultati, essendo consapevoli di averne le possibilità e capacità. Non è un caso che Primo Levi, chimico e scienziato ancora prima che deportato e sopravvissuto ai campi di concentramento, in una intervista concessa allo scrittore americano Philip Roth nel 1986, disse:

Mi ritrovo più ricco di altri colleghi scrittori perché per me termini come “chiaro”, “scuro”, “pesante”, “leggero”, “azzurro”, hanno una gamma di significati più estesa e più concreta. Per me l’azzurro non è soltanto quello del cielo, ho cinque o sei azzurri a disposizione […] ho avuto per le mani dei materiali di uso non corrente, con proprietà fuori dall’ordinario che hanno servito ad ampliare in senso tecnico il mio linguaggio. Quindi dispongo di un inventario di materie prime, di “tessere” per scrivere, un po’ più vasto di quello che possiede chi non ha una formazione tecnica. In più ho sviluppato l’abitudine a scrivere compatto, a evitare il superfluo. La precisione e la concisione, che a quanto mi dicono sono il mio modo di scrivere, mi sono venute dal mio mestiere di chimico.

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Un interessante approfonddimento qui: http://www.cittadellascienza.it/notizie/la-scienza-sbagliata-del-nazismo/

Twitter Argoneto

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