Elezioni agitate. Colpa del caffè.

Caffè

Ci sono due eventi che tendenzialmente si fomentano a vicenda: le elezioni e la fenomenologia del caffè. A ragionare sulle due cose separatamente c’è il rischio di diventare scemi, a guardarle insieme ci si rende conto invece che sono due facce della stessa medaglia.

Si comincia dal periodo pre elettorale, quando ancora la confusione è massima. Si prendono le misure, si calibrano le forze. E tutto davanti ad un caffè. Fra gli imbecilli che vogliono cambiare tutto e i mascalzoni che non vogliono cambiare niente, chi ti contatta per parlare del “futuro politico” è generalmente uno dei gregari del primo gruppo.

Certo, cosa c’è di meglio di ‘na tazzurell e caffè, cantava Pino Daniele. Ma come quasi tutti i cantanti, la fa molto facile, a differenza della cruda realtà. Semplice dire “un caffè”, ma poi ci inizi a pensare e nascono le prime difficoltà, a cominciare dal semplice lungo e corto che, come nel sesso, se ne lamentano tutti: o è troppo lungo, o è troppo corto*. E le lamentele, si sa, in periodi di elezioni diventano l’ossatura principale di tutte le discussioni: ma non è che peggioriamo, è solo che spostiamo la nostra attenzione da un oggetto all’altro: dal caffè alla politichetta.

Non ce ne va bene una. Perché se il meglio ha un limite superiore, che ovviamente è quello che solo tu sai fare, il peggio non ne ha, ed è sempre facile trovare qualcosa da rinfacciare. Il fatto è che il caffè normale di uno è il lungo dell’altro e questo è il ristretto dell’altro ancora. E c’è perfino chi lo chiede in tazza fredda, da raffreddare sotto il rubinetto, e in tazza calda, da riscaldare prima al vapore.

Per non parlare di quelli che lo chiedono in tazza di vetro, probabilmente gli elettori sensibili al tema della trasparenza amministrativa. E poi c’è il discorso dolcezza: prenderlo amaro è da puristi, generalmente gente tediosa e petulante, lo zucchero normale è da indifferenti, quello di canna da filo-terzomondisti, il dolcificante per gli incauti dietisti e il fruttosio per i fanatici di Report e del giornalismo estremo.

Passare qualche ora in un bar può essere davvero molto istruttivo in questo periodo, per capire il tipo di elettorato che ci circonda: se siamo così rompipalle per un caffè, perché non dovremmo esserlo sul resto? Si pensi al macchiato, perché non bastava il macchiato freddo e il macchiato caldo, qualcuno ha anche inventato il macchiato tiepido. E pure lo schiumato, una specie di macchiato ma con la schiumetta del cappuccino.

Quindi ti può capitare di sentire qualcuno che vuole un macchiato tiepido appena appena schiumato in tazza piccola di vetro calda. E a quel punto capisci che provare a ragionare con uno così è praticamente impossibile, quasi sconcio. Così indecente da intuire il perché, per evitare che l’elezione di queste persone venga a configurarsi come “atto osceno in luogo pubblico”, la legge impone che si svolga in cabine appartate e rigorosamente vietate ai minorenni.

E poi ci sono le chiacchiere, sempre da bar ovvio, su quello che si poteva fare e non si è fatto o su quello che si aveva intenzione di fare ma che ancora non si è potuto fare a causa di quanto, ovviamente, non è dipeso da chi ti sta parlando in quel momento.

Così inizi a capire perchè le elezioni, di volta in volta, siano vinte principalmente perché la maggior parte della gente vota contro qualcuno, piuttosto che per qualcuno; andando in tal modo a configurare le elezioni come il più grande atto istituzionalizzato di vendetta del cittadino nei confronti dei politici.

L’unica consolazione è che, per quanti candidati ci possano essere, si ha la certezza che, tranne uno, tutti gli altri sicuramente perderanno. Ma l’analogia tra elezioni e caffè prosegue, abbracciando tutti i possibili generi: oltre agli elettori lamentosi, rancorosi, insoddisfatti e attaccabrighe infatti, esiste anche l’elettore approfittatore, che tendenzialmente è quello che ordina il caffè macchiato in tazza grande: un modo elegante farsi un cappuccino a scrocco.

Certo non sono tutti ingordi, quindi è probabile che se lo facciano fare in tazza piccola, che a quel punto però si chiama espressino. Se vivi al sud. Se, invece, vivi al nord diventa marocchino, marocchino che però se lo chiedi dalle mie parti ti mandano a Casablanca, mentre se lo chiedi a Casablanca non sanno proprio cosa sia e giustamente ti mandano a quel paese, cioè qui. Dove poi devi comunque votare, non si scappa.

Come dimenticare poi tutta la categoria dei caffè corretti: alla grappa, al Bayles, alla Sambuca, all’Anice, al Rum.

È che gli elettori italioti correggono tutto, tranne se stessi.

 

Twitter Argoneto

 

* cfr. Parente su Il Giornale del 13/05/2013

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