Contro la trasparenza

bersani-consultazioniC’è un grosso fraintendimento di fondo: trasparenza uguale democrazia. O meglio: più trasparenza significa più democrazia, ma non è così.

Innanzitutto va fatta una distinzione doverosa tra il concetto di liquid democracy, ideato per la prima volta nell’800 da Lewis Carrol (sì, proprio l’autore di «Alice nel paese delle meraviglie», che era insegnante di matematica), e quello di e-democracy.

Carrol aveva proposto un sistema di consultazione allargata, perlomeno sui temi più caldi, con l’opzione di delega. L’idea di base era questa: siccome non tutti possono conoscere bene un argomento, ognuno ha la possibilità di delegare a qualcun altro, o a qualche istituzione, il proprio voto. In America lo chiamano proxy voting ed è largamente utilizzato per le votazioni nelle assemblee di società quotate in borsa, ad esempio. In Europa invece è il meccanismo base della piattaforma LiquidFeedback, adoperata da organizzazioni politiche come i Partiti Pirata: i partecipanti possono decidere di affidare ad altri i dibattiti e le deliberazioni su uno specifico argomento.

L’intento è di avvicinare i cittadini ai partiti e non di sostituire di sana pianta la democrazia rappresentativa, come invece sostengono i teorici della cosiddetta e-democracy, Movimento 5 Stelle in primis. Le problematiche legate a questa seconda ipotesi infatti, sono più numerose dei suoi ipotetici vantaggi: solo un movimento fortemente ideologizzato, dunque lontano dalle più elementari forme di logica, può non rendersene conto.

Innanzitutto c’è una questione semplice semplice: nel dare la possibilità a tutti di votare online, evitando i partiti, non si capisce chi dovrebbe formulare i quesiti su cui esprimersi. Superato questo primo, non indifferente, scoglio ci si rende conto del fatto che il voto elettronico non garantisce la trasparenza delle procedure. È vero: ormai siamo tutti abituati a pagare col bancomat, ad esempio, e siamo tutti sicuri di ciò che avviene. Ma c’è una forma di controllo non trascurabile: ogni mese ci arriva un rendiconto, per capire se qualcuno sta usando i nostri soldi. Domanda: è legittimo che qualcuno mi chieda conferma del voto che ho espresso? E la segretezza? Se invece il voto non ha forme di controllo indirette, come verificare che la stessa persona non stia votando due, cento, mille volte? E poi: trasformare ogni tablet o palmare in una cabina elettorale tascabile può sembrare comodo, ma espone a rischio prevaricazione. Qualcuno potrebbe impormi (in vari modi e a vario titolo) di votare come dice lui, non come voglio io. Il seggio presidiato dalle forze dell’ordine non è un ingrediente folkloristico della democrazia, è il suo elemento essenziale: è un luogo in cui il debole può sottrarsi alle mire del forte di turno.

Certo, mi si dirà che l’intento dell’e-democracy è quello di rendere trasparente il processo democratico. Ma anche qui c’è da intendersi. Siamo tutti concordi sul fatto che sia indispensabile la trasparenza sull’utilizzo dei fondi, sulle attività previste, sulla competenza e la capacità di attuare quanto dichiarato. Ma per fare questo basterebbero semplici accorgimenti e, su tutto, l’attenzione dei cittadini che, con il loro voto, possono punire o premiare chi li ha amministrati (che poi gli italiani non siano in grado di adottare questa basilare forma di discernimento è altro discorso, e richiederebbe forse analisi non politiche ma psicologiche).

Altra cosa è invocare la radicale trasparenza sulle attività politiche tout court, che può invece portare alla “tirannia della trasparenza”, come ha ricordato più volte Larry Lessig, docente alla Harwad Law School, nel suo saggio “Against transparency”. La pubblicità dell’informazione è certamente utile per il funzionamento delle amministrazioni, produce innovazione e aiuta a smascherare la corruzione. Ma, se accolta acriticamente come valore in sé, produce effetti non necessariamente positivi.

Proprio le riunioni a porte chiuse infatti possono essere quelle più produttive per un serio processo politico. Esse servono a proteggere i rappresentanti di un partito non tanto dalle critiche del partito avverso, quanto da quelle del proprio. La segretezza aiuta la conversazione e a fare dei significativi passi avanti. È infatti nell’interesse di entrambi che non vi sia delegittimazione: una piccola fuga di notizie può riportare tutti alla casella di partenza.

Probabilmente se vi fosse stata una riunione aperta non avremmo mai sentito parlare del “compromesso storico” di Moro e Berlinguer, tanto per dirne una.

C’è dunque un chiarissimo e insormontabile limite alla tanto sbandierata e-democracy. Per la sua stessa vita l’edificio democratico ha bisogno di spazi di invisibilità e di oblio: se il livello delle proposte che si fanno è commisurato all’impatto che avranno sull’ultimo imbecille presente nella propria mailing list, ne uscirà al più qualcosa che va bene all’ultimo degli imbecilli nella stessa mailing list.

È lo stesso motivo per cui nei talk show non si fanno mai passi in avanti, mai che ne esca una proposta costruttiva. In quelle sedi si parla ai propri elettori, si parla di politica, ma non si fa la politica. Fare politica è uscire insieme dai problemi e questo significa cercare delle sintesi. Ma le sintesi non sono dei punti di arrivo che devono piacere a tutti; e di fatti di solito si scontentano un po’ tutti.

Non è un caso che il Movimento 5 Stelle abbia insistito per la diretta streaming della consultazione con Bersani, ma abbia tenuto le porte chiuse per la propria riunione in cui, “all’unanimità”, è stato deciso di negare a priori la fiducia a qualsiasi potenziale governo.  Questa finta trasparenza è solo un modo subdolo per serrare le fila dei propri eletti, una vera e propria forma di controllo via blog.

Jorge Luis Borges, nel suo racconto Il parlamento, sosteneva per assurdo che una rappresentanza veramente rappresentativa è costituita solo da una elezione che elegge tutti gli elettori. Nella e-democracy in cui resta traccia di tutto le sintesi sono impossibili, ed è quindi impossibile la politica, e quindi la stessa democrazia.

Twitter Argoneto

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