L’arte di déjeuner

cenereC’è una componente trasversale che accomuna tutte le religioni che si rispettino, il digiuno. Per i musulmani è il Ramadan, per i cristiani è la Quaresima, e per i vegani, religione di stampo hippie, è sempre: non possono mangiare nulla senza sentirsi in colpa, se non leccare con animo contrito la corteccia di un albero, sperando di non fargli troppo male.

Non è un caso che la parola digiuno derivi dal latino jejunus, «affamato», dal quale deriva anche il più rassicurante «desinare» che è appunto dis-jejunare, cioè «rompere il digiuno». In francese dicono addirittura déjeuner, così: tanto per non dimenticarselo. Ed è proprio durante uno di questi déjeuner che Proust, riassaporando una madeleine, ritorna alla sua infanzia dando l’avvio all’impresa epica (di scrittura, ma anche di lettura) de “Alla ricerca del tempo perduto”, accompagnato dalla passione per il gelato della sua amata Albertine e da quella di Odette per il cioccolato.

Ma evidentemente, tirare in mezzo il cibo doveva essere un vizio di quei tempi.  Anche l’Ulisse di Joyce inizia con la ributtante descrizione di ciò che mangia “con gran gusto” Leopold Bloom: “le interiora di animali e di volatili” ma “più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto d’urina leggermente aromatica”. De gustibus.

Se poi siete affezionati alla cucina italiana, allora vi conviene tirare un sospiro di sollievo. Fosse stato per Marinetti e il manifesto dei futuristi, oggi non avreste più la possibilità di mangiare la pastasciutta, «assurda religione gastronomica italiana», a favore di un’alimentazione più attenta alla chimica, salvo però rischiare di dover fare ogni volta a botte con quelli che difendono il KM zero, attaccano le bibite con l’aspartame, e idolatrano le zucchine dell’orto della nonna, libere dai pesticidi, ma piene di batteri altrettanto dannosi e però naturali.

Una valida alternativa potrebbe essere il «Risotto patrio» descritto da Gadda nelle “Meraviglie d’Italia” che, poverino, se fosse vissuto tanto da vederlo rifare alla Parodi, ci avrebbe potuto dare una valida alternativa al significato profondo del titolo suo capolavoro: “Quer pasticciaccio brutto…”.

Se, invece, siete tipi non tanto religiosi, quanto metafisici, potete consolarvi con la misera carota che si dividono Vladimiro ed Estragone di “Aspettando Godot” di Beckett oppure, se siete stanchi di aspettarlo, questo benedetto Godot, potreste sempre imbucarvi ad un banchetto di nozze succulento come quello descritto ne “La cimice” di Majakovskij.

Se poi siete amanti del fetish, vi è consentito degenerare con l’humour noir di “Una modesta proposta”, dove Jonathan Swift, per risolvere i problemi della carestia e della sovrappopolazione in Irlanda, suggerisce di mangiare i neonati in eccesso, subito plagiati nella realtà da quei cattivi comunisti dei cinesi che non avevano capito che era solo un libro, e che i libri non vanno presi alla lettera.

I libri come il cibo vanno ingurgitati con sobrietà.  

Sobrietà che non si esime però dalla golosità, come per Stendhal che proclamava: «Gli spinaci e Saint-Simon sono state le mie sole passioni durature». Quindi, forse, a capire cos’è un Saint-Simon, anche noi ci sentiremmo più appagati e meno provati. Dumas invece, come testimoniava la sua proverbiale pancia, cucinava e scriveva con la stessa facilità. In entrambi i casi eccedeva però in immaginazione, come quando descrisse la ricetta per la zampa d’elefante. D’altronde, come diceva sempre lui: «L’uomo non vive di quel che mangia, ma di quello che digerisce».

Il problema, infatti, è proprio quando non c’è niente da digerire, pur essendo affamati. Sempre molto peggio che digiunare per contrizione, sapendo però che c’è il frigorifero pieno, in caso di necessità. In quel caso allora è meglio prenderla con filosofia, come il Signor K. «La sera», confessava Kafka, «ero triste perché avevo mangiato delle acciughe. Il mattino il medico mi confortò. Perché essere triste? Dopo tutto ho mangiato le acciughe, ma le acciughe non hanno mangiato me».

Lapalissiano, no?

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