La saraca culturale

SarachellaProbabilmente uno dei pregi, o difetti, dipende dalla vostra propensione, della letteratura è la possibilità di dissolvere sapientemente il confine, che dovrebbe essere netto, che separa la realtà e la finzione. Negli ultimi anni ci siamo abituati ad opere che, pur presentandosi come realiste, erano completamente fantastiche.

Mi riferisco non solo ai polpettoni sulla fine del mondo e le profezie di questo o di quell’altro, ma anche a romanzi come Il codice Da Vinci di Dan Brown (per citare solo il più famoso), che ha preoccupato non poco le gerarchie ecclesiastiche con la sua narrazione degli amori di Cristo (vuoi vedere che poi la gente davvero va a leggere il Vangelo e si fa delle domande anche su altro), ha fatto innervosire tutti i critici d’arte per come ha trattato Leonardo Da Vinci e così via.

Ora, cosa spinga gli scrittori a inventare storie di questo tipo, ambientate in mondi di fantasia, piuttosto che lasciarsi affascinare da quello reale, molto più complesso e denso di qualsiasi altro inventato, è una domanda senza risposta, o meglio ne ha solo una: è letteratura, baby.

Il come sia invece possibile, dopo aver prima creato un personaggio di pura fantasia, impegnarsi per portarlo nel mondo reale, presentando tale iniziativa addirittura in consessi ufficiali, nelle scuole, in vari contesti pseudo culturali, con la gravità, la serietà e l’odore di incenso che tale operazione comporta, è problema da psicanalisti.

È il caso di Sarachella il cui nome, ci viene garantito, deriva “dalla saraca, espressione dialettale data alla salacca, a quel genere di pesce affumicato o in salamoia” che è passato dalla fantasia di qualcuno alla realtà di maschera carnevalesca di una intera città. Che prima non ne aveva una, ora se l’è inventata e ce l’ha. “Con la sua voce stridula, blasfema, a volte euforica e a volte irritata, viene dalla terra di nessuno […], il suo frasario volgare e spregiudicato risentono dell’antichissimo gergo extraurbano”.

Letta questa descrizione, non è difficile immaginare l’entusiasmo di tutti i genitori, e la loro riconoscenza a chi ha consentito tale operazione di storicizzazione fasulla, nel vedere i propri figli nel periodo di carnevale ansiosi di travestirsi da burbero pezzente, avvinazzato e smadonnante.

A leggere gli interventi e le pubblicazioni in merito si avverte una difficoltà a separare la realtà e la finzione che a volte sfiora l’imbarazzo.

La prima domanda che viene in mente è se, e come, delle persone di buon senso possano spendere tempo e denaro in un’impresa di questo genere, invece che concentrarsi nel cercare di fare cose altrettanto interessanti, tipo il decoupage.

La seconda è a cosa tutto questo possa servire, oltre che a prendersi qualche flash e cinque minuti di notorietà sul TG locale.

L’ultima domanda complementare è cosa spinga anche le scuole e i loro dirigenti a prestarsi a queste farse su personaggi inventati, che si cerca di far passare come reali, il cui unico interesse è renderli di nuovo fittizi.

Processo che con la cultura, grazie al profuso impegno di molti, sta già perfettamente riuscendo.

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@PArgoneto

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