Metacultura da asporto


Esiste un nesso
tra l’origine della crisi economica, “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino e l’arresto della politica culturale degli ultimi decenni. Negli Stati Uniti si sono concessi mutui per l’acquisto di case a chiunque, anche a chi non era in grado di pagarli. Perché? Perché, sebbene il sistema Ponzi fosse stato sbugiardato diversi decenni prima, si è pensato che fosse possibile fare soldi dai soldi, svincolandoli da qualsiasi attività produttiva. Mi invento un prodotto finanziario (futures), lo rivendo, lo riacquisto, ipotizzando un potenziale aumento di valore nel futuro, senza che però vi sia nulla alla base. Il sistema a un certo punto crolla.

Metacultura

Creare soldi dai soldi si è rivelato essere impossibile, nonostante ancora molti si comportino come se così non fosse. Un po’ come scrivere un romanzo che narri non di qualcosa in particolare, ma dello stesso romanzo, il metaromanzo appunto, il romanzo sul romanzo, come nel caso di Calvino. E per analogia potremmo definire metaeconomia questa visione distorta della finanza che crede di poter generare soldi dai soldi. Stesso pericoloso meccanismo che si sta applicando al discorso culturale. Si crede di poter fare cultura parlandone, non facendola.

Siamo nell’epoca della metacultura: la cultura dei salotti buoni, quelli in cui tutti i partecipanti sono buoni per partito preso. Ambientini educati dove non scappa mai una idea buona, mai. Quelle sono considerate come parolacce, cose da non dire, così come non c’è mai qualcuno che, per esempio, la cultura la fa davvero e non la tratta come una reliquia da tutelare dall’assalto dei barbari. Invece si continuano ad organizzare convegni che fanno proprio questo, replicare il melenso bon ton dei salotti borghesi anni 60, quelli con i divani damascati, sigari Avana per i signori e Martini per le donne.

In questi salotti convegnestici unidirezionali le idee sono sempre quelle utili a migliorare il mondo, la società in cui viviamo, e non sono validi se non sono organizzati a favore di qualcosa: la società, il bene comune, i bambini poveri, la strage dei cuccioli di foca. Ed è fondamentale che ci si debba adulare e vicenda: ah, quant’è profonda signora XXX, e anche lei com’è arguto moderatore YYY, davvero lungimirante l’intervento del nostro onorevole XYX. Roba da far venire la carie perfino ai boyscout che la domenica aiutano le nonnine ad attraversare la strada.

Witold Gombrowicz li ha descritti benissimo, oltre cinquant’anni fa, questi personaggi: «Ognuno di loro finisce dove comincia il suo vicino, vale a dire poco lontano». Ogni occasione risulta buona per mettersi un po’ in mostra, spesso sventolando la propria giovinezza con stereotipi sempre più lontani dalle gioventù bruciate o dalle black panter, e sempre più tristemente vicini a quelli della De Filippi, dove si va a battere le mani a comando. Sembra infatti che sia ancora possibile esaltarsi di fronte a qualche “intellettuale” che, nel suo illuminato intervento dichiara, come se fosse rivoluzionario, che la cultura deve essere valorizzata perché può generare economia. Ma va? Ci è arrivato da solo, e diversi anni fa, anche il barista del piano di sotto, che ha verificato empiricamente come, all’aumentare del numero di turisti, lui guadagna di più. Quando finirà il tempo in cui, per dare importanza alla cultura, si finirà di pensare che sia indispensabile chiamare qualcuno a parlare di cultura, sarà una vera rivoluzione.

È paradossale infatti, avendo un minimo di lucidità, continuare a ripetere questa manfrina quando non si incide significativamente sulle leggi culturali, che sono vecchie, e quando le nuove rimangono ferme nei cassetti per tempo indefinito in attesa dell’ennesimo accordo politico al ribasso. E mi viene anche da dire che forse è meglio che le nuove leggi rimangano ferme, perché a leggerle (ci avete mai provato?) sono ancora più vecchie delle vecchie, inzeppate delle stesse logiche clientelari che a nulla hanno portato in questi anni. E le stesse persone che bloccano il sistema, sono poi quelle chiamate ad intervenire nei salotti culturali bene, a dire cosa invece dovrebbe diventare o essere la cultura. Roba che ti verrebbe voglia di fare come fece Nietzsche al prete che voleva convertirlo al cristianesimo: spaccargli una sedia in testa.

La cultura che si è ridotta ormai ad essere una sfilata di nomi ridotti a santini è il nostro amaro pane quotidiano, infarcito di trite citazioni da Bar Sport, da Pasolini a Carlo Levi e che se Cristo si è fermato ad Eboli vagli a dare torto. A nessuno che scappi un Beckett, una Hack, un Musil, un Carmelo Bene, ma tutti che si emozionano e sperticano in commenti su Benigni che riesce a fare apprezzare Dante, l’inno di Mameli o addirittura la Costituzione. A me invece Benigni ormai fa lo stesso effetto dello zio Michele di Avetrana.

Questa metacultura, questo parler pour parler, questo continuo cuento para vivir, è figlia di un falso presupposto: che la cultura sia necessariamente sinonimo di qualcosa di collettivo, pensata dalla collettività per la collettività. Invece chi può davvero dire se un’esperienza culturale è significativa o meno, è solo il singolo individuo.

Ogni cosa non deve necessariamente diventare un ritrovo, un convegno, un appello, una lagna perbenista per migliorare un mondo indistinto, ma il mio mondo, un mondo che mi appartiene e che voglio, posso modellare. Il collettivo deve diventare un insieme di “io”, in cui questi intellettualoidi di serie B si estingueranno darwinianamente, senza aver la possibilità di continuare a parlare del nulla, che probabilmente è l’unica cosa di cui sanno tutto.

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@PArgonetoLa cultura che si è ridotta ormai ad essecontinuo cuento para vivir, è figlia di un falso presupposto: che la cultura sia necessariamente sinonimo di qualcosa di collettivo, pensata dalla collettività per l

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