Rimagenda

Vocabolario alla mano, le parole originate da un gerundio sono le più antipatiche della lingua italiana: mutanda, pudenda, tregenda, ammenda, veneranda, reverenda, orrenda, moribonda, iraconda, baraonda, vagabonda, errabonda, meditabonda. E Agenda. Termine che è diventato di moda nelle cronache delle ultime settimane. Ma sull’Agenda, io ad esempio uso una Moleskine nera che, ahimè, sembra tanto il breviario di un prete, si vanno a scrivere sempre delle cose relativamente tristi: pagare le tasse, andare dal carrozziere, la visita dal dentista, l’appuntamento di lavoro prima fissato e poi rimandato, il compleanno di qualcuno che se non gli fai gli auguri poi si arrabbia, ma che non è poi tanto tuo amico. Perché se lo fosse te lo ricorderesti a memoria quando è il suo compleanno. Se qualcuno poi mi dovesse chiamare per ricevere un premio (sto scherzando, non chiamatemi), o se dovessi finalmente riuscire a fissare un appuntamento con la stratosferica Charlize Theron (non sto scherzando, chiamami), ecco penso che non lo segnerei mai sull’Agenda: “prossimo martedì, ore 18,45: Charlize Theron, non dimenticare”. Mah.

Forse funziona così perché per le cose piacevoli, per quelle che vuoi e che desideri, non c’è  bisogno dell’Agenda, che mediamente ti ricorda solo le cose che non puoi permetterti di non rispettare. Le cose belle, che non sono quelle da fare perché d’affare, lì non le scrivi. Dunque da memoranda finisce per essere smemoranda, e anche tu cerchi di fare sparire l’Agenda prima ancora di usarla, diventando essa stessa il motivo della sua soppressione.

E quindi no, non amo molto l’Agenda, eppure ce l’ho, forse perché diventa bella solo “dopo” che l’ho usata, quando le cose che dovevo fare si sono trasformate da fastidio a cosa fatta, da gerundio a participio passato, per dirla con De Gregori, da angoli del presente a curve nella memoria. Ma il gerundio dell’Agenda può però nascondere delle insidie, se lo stare né di qua né di là trascende l’ossimoro della convinzione indecisa, da sempre simbolo dell’ambivalenza della politica italiana, e diventa virtù. E novità.

Soprattutto se si inizia con la manfrina del sali-scendi in politica, che sembra una battuta di una commedia di De Filippo, se non fosse che De Filippo era uno che col teatro ci sapeva fare. E dunque chi sale è perché è di rango inferiore, mentre chi scende lo fa perchè è di rango superiore. Rispetto a chi o cosa non è dato sapersi, così come rimane un mistero cosa sia il rango stesso. E quindi, di nuovo vocabolario alla mano, si capisce che questa parola ha avuto una buffa storia di slittamento di senso, oltre ad avere anche un significato matematico. Innanzitutto è di origine francese, a sua volta derivante dalla radice germanica “hring” che ha portato all’inglese “ring”, sia nel senso originario di “anello”, che in quello pugilistico di spazio in cui due persone se le danno di santa ragione. Quindi figurava un insieme di persone che si riunivano a cerchio, come i cavalieri di re Artù, che però quando cominciarono ad essere troppi iniziarono a disporsi in modo concentrico, lasciando nell’anello più interno (“the inner circle”, direbbero gli inglesi) le persone che contavano di più. “Rango” assunse così il significato traslato di “grado, condizione sociale”, mentre in matematica il suo significato più comune è legato alle matrici (quadrate), dove corrisponde al massimo numero di vettori, linearmente indipendenti, che la compongono.

Dunque lo slittamento della parola rango, da cerchio a ordine di indipendenza, simile a quello avvenuto tra gerundio e participio e tra indecisione come difetto a tentennamento come virtù, oggi mi ha portato nuovamente ad aprire la mia Moleskine e a riscrivere per l’ennesima volta, nella speranza che davvero questa volta diventi “passato”, una frase di Mino Maccari dai suoi Fogli da un taccuino: “Un pugno d’uomini indecisi a tutto”.

@PArgoneto

https://pierluigiargoneto.wordpress.com/libri/vaticorca/

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Rif.: http://www.francescomerlo.it/?p=1084, http://www.ilpost.it/mauriziocodogno/2012/12/28/parole-matematiche-rango/

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