Stato liquido

Cos’è un liquido? E si può abbinare questa definizione alla politica? Partiamo dal rispondere alla prima domanda: un liquido è uno stato della materia, con un definito volume, che assume la forma del recipiente che lo contiene. Basta pensare ad un bicchiere d’acqua. Questo stesso concetto, con una leggera forzatura di sicuro impatto mediatico, è stata impiegata da Bauman per spiegare la sua idea di società, definendola «liquido moderna» poichè le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. Prima che riescano a solidificarsi insomma. E sempre facendo riferimento a questo concetto di “stato della materia”, negli ultimi giorni si sta sentendo parlare di «democrazia liquida», una società cioè in cui tutte le questioni principali vengono demandate direttamente ai cittadini che, collegandosi ad un semplice computer, possono esprimere la loro opinione su questioni di interesse nazionale.

Il concetto di liquid democracy, per curioso che sembri, non l’hanno inventato i grillini, né tantomeno Bauman. Già nell’800 Lewis Carrol (sì, proprio l’autore di «Alice nel paese delle meraviglie», insegnante di matematica) aveva proposto un sistema di consultazione allargata, perlomeno sui temi più caldi, con l’opzione di delega. L’idea di base è questa: siccome non tutti possono conoscere bene un argomento, ognuno ha la possibilità di delegare a qualcuno, o a qualche istituzione, il suo voto. Le deleghe possono a loro volta essere delegate, ma anche revocate in ogni momento. E si può anche fare deleghe diverse per temi diversi. In America, lo chiamano proxy voting e, di fatto, è già largamente utilizzato per le votazioni nelle assemblee di società quotate. A questo si aggiunga un altro e consistente fatto: votando elettronicamente si risparmierebbero un sacco di soldi: sarebbero completamente eliminate le schede, gli scrutatori, i seggi e tutto quanto ne consegue. Quindi? Perché non farlo da subito e incamminarsi in modo deciso su questa strada?

I motivi sono principalmente due. Innanzitutto c’è un discorso di sicurezza. L’Estonia attualmente è il Paese che più di altri ha investito in questa direzione ed ha già sperimentato alcune votazioni realizzate con questa modalità. È però cronaca il fatto che essa, insieme alla Georgia, è stata l’unico Paese al mondo ad aver subito un attacco da guerra digitale: nel 2007, durante una contesa con la Russia per la rimozione di una statua d’era sovietica, i server del paese baltico sono stati attaccati su larga scala. La domanda è: quanto può essere facile truccare, senza farsene accorgere, un risultato elettorale? Troppo. Almeno per il momento.

Secondo interrogativo, ammesso che si riesca a trovare il modo di essere più che sicuri sul risultato della consultazione. Estremizzando questo approccio di liquid democracy, si arriverebbe ad una situazione in cui potrebbero risultare completamente inutili, o scarsamente utili, elementi intermedi e di rappresentanza quali i partiti politici, gli organi istituzionali, lo stesso Parlamento. Ma questo è davvero possibile? Immaginiamo si vogliano chiamare i cittadini ad esprimere la loro opinione sulla legge elettorale, ad esempio. Come dovrebbe essere formulato il quesito a cui rispondere? E, soprattutto, da chi dovrebbe essere formulato? Anche oggi votiamo ai referendum, ma i quesiti referendari sono formalizzati dai comitati promotori, nel caso di liquidità assoluta chi li potrebbe sostituire? Certo si potrebbe pensare di esprimersi prima sulla forma del quesito e poi sul quesito in sé. E così a ritroso, ma fino a quando? Ipoteticamente ci si potrebbe impantanare in innumerevoli votazioni a ritroso. Teoricamente all’infinito.

Insomma, la liquidità per definizione presenta alcune caratteristiche dei solidi e altre dei gas: le forze attrattive che impediscono la dispersione delle molecole sono presenti, pur non essendo forti come nei solidi. E se la solidità è costituita dalla situazione simile a quella attuale, in cui i partiti sembrano essere autoreferenziali e quasi completamente scollati dal contesto sociale in cui dovrebbero agire, lo stato gassoso potrebbe essere la deriva populista della pur interessante opportunità data dalla società e dalla democrazia liquida. Una situazione da “liberi tutti”, senza alcun vincolo di coesione, sociale e politica.

Inutile dire che, nell’epoca della comunicazione digitale, discutere di queste tematiche ha molto senso, magari iniziando proprio dai partiti politici e dai loro membri, rendendoli più comunicativi verso i cittadini e più democratici. Il passaggio dalla liquidità sociale alla e-democracy però non è immediato né di facile realizzazione eppure, per spinosa che sia la questione, assomiglia tanto a un destino inevitabile, quasi un’evoluzione naturale, dagli agorà dell’antica Grecia agli algoritmi dell’era digitale.

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