Le primarie dei Rolling Stones

La prima cosa che mi viene in mente quando sento parlare in questi giorni della situazione politica è una data: il 25 novembre 2012. No, non per le primarie del PD, ma per l’attesissimo concerto dei Rolling Stones all’O2 Arena di Londra. Cosa c’entrino loro con la politica italiana è presto detto: niente. Però qualche spunto di riflessione può tornare utile*.

Innanzitutto il loro gusto esterofilo, e quindi provinciale, o se volete essere più diplomatici, sintomo di mancanza di identità che li caratterizzava all’inizio della loro carriera. A partire dal nome, preso da un verso di una canzone di Muddy Waters, per proseguire con i loro dischi in cui non facevano altro che cimentarsi in rivisitazioni di brani del repertorio americano di rock & roll, blues e rhythm’n’blues : insomma gli Stati Uniti e la musica che veniva da lì era la loro principale fonte di ispirazione. Idem dicasi per l’italica volontà di attuare quasi acriticamente ricette “all’americana”, primarie comprese (per chi riesce a farle), pur avendo una legge elettorale che non prevede né l’indicazione diretta del Premier, né la possibilità di scegliere i parlamentari, né la possibilità per un qualsiasi partito di non fare accordi post elettorali che snaturano la propria identità e il proprio programma (quando c’è).

La seconda analogia è data dalla capacità di entusiasmare ancora oggi gente di ogni generazione, anche se sempre di meno, e far loro fare file chilometriche per consentirgli di sfogarsi un po’. Nulla di più. Certo, nel caso dei Rolling Stones si dovevano sborsare molto più di due euro, però c’è da dire che loro non usufruiscono di “rimborsi” elettorali. «Non abbiamo fatto il Giubileo per la Regina e neppure le Olimpiadi o una canzone per 007: però siamo qui», ha detto subito Mick Jagger esordendo sul palco. E al fatto di esserci a celebrare cinquant’anni di carriera non ci avrebbe mai creduto neppure Keith Richards, chitarrista primitivo e geniale, che diceva: «Problemi con la droga io? No, ho problemi con la polizia». Ecco, pensando al loro stupore mi viene in mente qualche volto di parlamentare, segretario, amministratore e/o assessore che non ha altro merito per trovarsi dove si trova se non quello di essere “giovane”. Secondo voi, anche loro, se lo sarebbero mai immaginato di arrivare lì dove sono arrivati?

Terza analogia: i Rolling Stones, il simbolo della perdizione. Tossici. Pregiudicati. Esagerati. Attenzione: mezzo secolo (e rotti) dopo il loro primo concerto al Marque Club di Wardour Street a Londra sono ancora qui. Hanno fatto della figura dei maledetti e dell’antagonismo ai Beatles, quelli con la faccia pulita, la loro cifra distintiva. Una contrapposizione finta, strumentale al marketing, alla vendita dei loro dischi. Come testimonia la loro canzone di esordio di questo giubileo rock: I wanna be your man, scritta per loro nel ’63 proprio da Lennon e McCartney, in teoria i loro nemici. Simbolo del finto bipolarismo politico italiano degli ultimi vent’anni: o di qua o di là, poco ci è importato cosa volessero fare realmente, l’importante era vendere consenso. Come Coppi e Bartali, Malcolm X e Martin Luther King, i Beatles e i Rolling Stones appunto. E quando viene meno una delle due parti, ecco che anche l’altra si scolorisce un po’. Che quasi se ne sente la mancanza. Ho detto quasi.

Ma nonostante gli inevitabili cali di voce, gli Stones hanno dato prova che rock si nasce, non si diventa. Un suono di chitarra secco, sporco, e la voce di un uomo piccolino e svitato come Mick Jagger – che al concerto del 25 novembre è entrato in scena correndo e saltellando sotto un cappellaccio color argento – hanno dimostrato che non sono necessari virtuosismi strumentali o voli pindarici nei testi: poche semplici cose, dette con chiarezza e determinazione, possono portare lontano, molto lontano. Quel che conta in fondo è che, dopo mezzo secolo, il rito rock che hanno inventato risulta ancora attuale, in grado di mobilitare giovani e vecchi, di parlare in modo semplice e diretto, di disegnare un orizzonte in cui proiettare il proprio futuro. Qualcosa che dovrebbe imparare a fare, celermente, anche la politica.

In conclusione, mi viene da chiedere a chi mai verrebbe in mente di rottamarli, quattro tipi così, solo perché hanno settant’anni suonati. E non vogliono sembrare giovani tingendosi i capelli, lo sono e basta. E voglio vedere chi dice di no. Forse quel che manca ai politici è una chitarra e un cappello argentato. O forse una seria riflessione su come appaiono ora. «Una volta eravamo giovani, belli e stupidi», ha detto qualche tempo fa da Mick Jagger. «Adesso siamo solo stupidi».

*cfr. http://blog.ilgiornale.it/giordano/2012/11/26/la-lezione-dei-rolling-stones/

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