Scienza, magia e preveggenza

La notizia è di quelle che fanno accapponare la pelle: il tribunale dell’Aquila ha condannato a sei anni i componenti della Commissione Grandi Rischi, colpevoli di non aver previsto e annunciato il terremoto dell’Aquila. Si tratta di una decisione assurda e pericolosa: atteggiamenti e condanne di questo genere rischiano di scoraggiare scienziati dal consigliare i loro Governi o persino dal lavorare nel campo della sismologia o della valutazione del rischio sismico.

Non c’è infatti un metodo scientifico accertato e accettato per la previsione dei terremoti che possa essere usato in modo affidabile per avvertire i cittadini del disastro imminente (tranne la panzana, mai verificata sperimentalmente, delle emissioni di radon). Non le sanno fare in Giappone e in California le previsioni, figuriamoci nel Paese del Tunnel della Gelmini.

Esiste una “morale” che si può trarre da questo episodio giudiziario? Molto semplicemente si potrebbe dire che sia l’accusa che la sentenza nei confronti di questi scienziati sono tipiche espressioni dell’atteggiamento distorto, schizofrenico e contraddittorio che si ha in Italia nei confronti della scienza.

Da un lato, la si ritiene onnisciente: da essa si pretende che sia in grado di prevedere e spiegare qualunque cosa nonostante il mondo sia per sua natura largamente imprevedibile e inspiegabile. E questo lo si fa senza capire che i veri miracoli sono le “previsioni” e le spiegazioni che la scienza riesce già a dare in svariati campi, nella medicina così come nell’astronomia, ad esempio.

Dall’altro lato, si ritiene che l’ignoto e l’inaccessibile esistano soltanto per coloro che si limitano alle spiegazioni scientifiche, per gli altri ci sono la magia e la religione che, sebbene con sfumature diverse, danno una risposta a tutto senza grossi sforzi intellettivi (e qui con rammarico vi ricordo la boutade di De Mattei sullo tsunami di qualche anno fa).

Il risultato di questa schizofrenia intellettuale è testimoniato dalla sentenza dell’Aquila che rientra pienamente in questo paradigma comodo e demenziale.

La ragione, o anche solo il buon senso, dovrebbero portare a ringraziare gli scienziati per ciò che sanno e riescono a fare, e non a condannarli per ciò che non sanno e non possono fare. Di contro invece si ha un atteggiamento relativamente tollerante nei confronti di chi, ad esempio, avrebbe dovuto/potuto costruire gli edifici rispettando le più basilari norme di sicurezza, scientificamente (questo sì) eluse per avere maggiori margini di guadagno a discapito della vita di decine di persone. Ma non erano scienziati, quindi c’è poco da indignarsi o da condannare: è la normalità.

Potrebbe essere interessante capire se i prossimi passi della magistratura saranno indirizzati nei confronti di un metereologo non in grado di prevedere la pioggia nel giorno di Ferragosto, di un docente di informatica per non aver previsto gli effetti pericolosi di un virus sui computer o di un veterinario perché non è stato in grado di prevedere l’attacco di un cane nel parco giochi.

Ma allora, provocazione per provocazione: se la scienza deve essere considerata alla stregua di una magia, di una religione in grado di fare previsioni a tutti i costi, considerato il disinvolto uso complementare che viene fatto di entrambe -che per loro natura sono, invece, contrapposte e incompatibili- perché la prossima volta non imputiamo di reato chi, credente, seguace e in diretto contatto con  l’Onniscente-Onnipotente, non ci avvisa per tempo delle varie catastrofi naturali (per definizione di Sua piena conoscenza) invece di prendercela con questi poveracci di scienziati che fanno il loro umanissimo e dunque imperfettissimo lavoro?

Banalizzando ancora di più, più di quanto non abbia fatto questa sentenza giudiziaria: se il 21 dicembre non finirà il mondo, condanneremo a sei anni di reclusione anche Giacobbo e tutta la produzione di Voyager?

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