Qualcuno che non vuole parlare

Odio i libri con la copertina rigida. Ancora di più quelli che oltre ad avere la copertina rigida hanno anche una sovracoperta. Il rischio che corrono di non essere letti è elevatissimo. Ma il motivo per cui vi voglio parlare de “L’uomo che allevava i gatti” è perché non solo si è fatto leggere nonostante questo personalissimo ostacolo psicologico, ma perché Mo Yan è uno scrittore sincero.

Figlio di contadini, da bambino deve interrompere gli studi per portare al pascolo gli animali. Per passare il tempo legge un sacco di libri e da ragazzo inizia a scrivere per un motivo molto semplice. Non vuole cambiare il mondo. Non pensa di avere niente da dire. Non è uno snob, né uno che pensa di sapere qualcosa più degli altri. A spingerlo a scrivere non è nessuna urgenza interiore, ma il bisogno di guadagnare un po’ di soldi per comperarsi un paio di scarpe nuove e un orologio di marca. Per poi tornare nella sua campagna e mettersi in bella mostra davanti agli amici.

Mo Yan non è il suo vero nome, perché quello con cui firma suoi libri è uno pseudonimo composto da due ideogrammi che significano qualcosa come “qualcuno che non vuole parlare”. Inizia la sua carriera da scrittore nei primi anni ottanta, periodo in cui in Cina va di moda la “Letteratura delle cicatrici”, incentrata sugli orrori della rivoluzione culturale. Ma lui trova una strada tutta sua. Si mette a scrivere romanzi che, invece, si soffermano sul suo piccolo universo, sui posti in cui ha vissuto, sulla quotidianità, sui bambini. “Scalzo, un paio di calzoni neri corti fino al ginocchio, la schiena lucida, e in testa un cappellaccio di paglia con gli orli tutti logori, accartocciato e avvizzito come un fascio di foglie morte, questo padre si erge davanti a me…”.

Questo “padre” sembra l’immagine umanizzata della Cina rurale che fa da sfondo alle sue storie, molto diversa da quella che siamo abituati ad immaginarci oggi, fatta di megalopoli, traffico e smog. La sua è una terra che non ha nulla di materno, che coincide con la miseria, la fame, la povertà estrema. Con la politica che è perfino in grado di decidere se una femminuccia ha diritto alla vita, come nel caso di quella abbandonata in un campo di girasoli e salvata da un uomo che non vuole opporsi al “caldo oceano increspato d’amore dei girasoli”. Eppure questa stessa Cina, in tutti i racconti de “L’uomo che allevava i gatti”, assume anche un’autorevolezza misteriosa, antica, fragile.

Mo Yan non soccombe alla realtà che vede: per contrasto le affianca una sottile magia. I campi di cerali sono teatro delle fatiche dei contadini, ma anche il territorio notturno dove le volpi si accendono come scie di fuoco per indicare la strada a chi si è perso; nelle acque del fiume annegano i neonati, ma nei giorni di nebbia gli spiriti-tartaruga salgono in superficie a banchettare in abito da sera; i più razionali dirigenti del Partito possiedono un terzo occhio per vedere attraverso i muri e spiare i contadini, ma perfino loro lo chiudono quando hanno troppa paura. I protagonisti di questi racconti sono quasi sempre bambini, orfani, miserabili, capaci però di vedere le più impensabili meraviglie nonostante le violenze che subiscono.

Dopo aver letto questo libro rimane in bocca un gusto un po’ amaro, di qualcosa di inafferrato, che ha bisogno di essere ancora chiarito e riletto. È un libro incompleto, come lo sono tutti i libri che cercano di scandagliare le profondità dell’animo, senza fermarsi alle apparenze. Nella sua vita uno scrittore può scrivere anche diversi libri, ma in linea di massima riesce a creare solo qualche decina di personaggi. Ma se si potessero unire tutti questi libri si otterrebbe un unico romanzo, che altro non è che l’autobiografia dello scrittore. E se si potessero unire tutti i diversi personaggi si otterrebbe un personaggio unico, che non è altro che lo scrittore stesso.

In sostanza, per esplorare fino in fondo un libro, e quello di Mo Yan in particolare, sarebbe necessario leggere anche tutti gli altri libri scritti dalla stessa persona. Ma bisogna pur cominciare da qualche parte. Io vi propongo le poche righe con cui inizia “L’uomo che allevava i gatti”. Sono quasi certo che non le terminerete lì dove le avete cominciate. Probabilmente le finirete in una libreria cercando, tra gli scaffali sistemati in ordine alfabetico, alla lettera M i libri di “qualcuno che non vuole parlare”. Sperando, invece, che lo continui a fare ancora per molto.

Un fascio di luce dorata lo inondò mentre si toglieva il fucile dalla spalla con la mano destra priva di indice. Il sole al tramonto scendeva velocissimo, descrivendo un arco perfetto, e nei campi riecheggiava frammentario un suono simile al riflusso della marea, accompagnato da un respiro triste, a tratti intenso, a tratti debole. Facendo grande attenzione appoggiò il fucile sul terreno coperto di chiazze di muschio della dimensione di monete di rame. Accanto ad esso il sole illuminava una spiga di sorgo caduta, dalla quale era spuntato un grosso grappolo fitto di teneri germogli di un giallo tenue, che gettava la sua ombra sulla canna scura e il calcio rosso cupo del fucile…

(Recensione pubblicata nel dicembre 2011)

***

Mo Yan ha vinto il premio Nobel per la letteratura del 2012. Nella motivazione del giudici della Reale Accademia di Scienza Svedese si legge che l’autore “con il suo realismo allucinatorio forgia racconti popolari, di storia e contemporanei”. 

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