Sfumature da furbi

C’è una canzone molto bella di Max Gazzè che si intitola “L’uomo più furbo”, peccato però che dal testo si capisca che quell’uomo faccia la fine del fesso. Qualcuno potrebbe pensare che allora non era poi così furbo come sembrava, ma non è così ovvio.

È vero, ci sono diversi tipi di furbizia, e bisogna capire innanzitutto di quale si sta parlando. C’è quella degli dèi: si pensi ad Hermes, dio dei ladri e del commercio, che rubò una mandria di buoi custodita da Apollo, tirandoli per la coda e facendoli camminare all’indietro, per confondere le tracce. C’è poi la furbizia degli eroi, quella di Odisseo e del suo cavallo di Troia o del Dr. House e dei suoi metodi poco ortodossi. C’è perfino una furbizia raccomandata dallo stesso Cristo ai suoi seguaci, quando li invia nel mondo raccomandando loro di essere “astuti come i serpenti”. E c’è poi la furbizia dei grandi politici (ho detto grandi), suggerita da Machiavelli. Secondo un passaggio del Principe infatti, chi si dedica a questa attività deve essere come un leone, per mettere in fuga i lupi con la sua forza, ma anche scaltro come una volpe, perché come lei deve “conoscere i lacci”.

Cavour che spedisce a Parigi la sua bellissima cuginetta contessa di Castiglione, perché seduca Napoleone III, è indubbiamente astuto. Ma tale atteggiamento, sebbene intessuto di accortezze, di sottigliezze e di sotterfugi, di doppiezze e di manipolazioni, ha avuto il risultato di mutare la storia di un popolo. Mica poco. Poi ancora c’è la furbizia dei tipi come Felix Krull, protagonista dell’ultimo romanzo di Thomas Mann. Quella di chi approfitta delle circostanze per servirsi delle debolezze di coloro che pure godrebbero nel trasgredire le regole, ma non ne sono capaci perché privi di scaltrezza e fantasia. È la furbizia del buon senso e della sagacia che diventano un mezzo per sopravvivere in un mondo ostile, tutto in mano ai grandi e ai ricchi.

Amarus in fundo, c’è la furbizia peggiore: quella dell’uomo medio. Un uomo che non ha grandezza storica, che non è neppure un eroe (esclusi Batman e pochi altri), che tantomeno è un dio, e che non è nemmeno autodifesa da un mondo ingiusto. No. È la furbizia dei furbetti, di chi si pone solo degli obiettivi miopi ed individuali, soprattutto di lucro, e cerca di raggiungerli ad ogni costo, persino forzando le leggi. È la società degli amici degli amici, dei sotterfugi, delle pacche sulle spalle, del “poi ne parliamo” o del “quando mi vieni a trovare” con tanto di occhiolino ammiccante.

È la società della commedia all’italiana, che per essere capita va inquadrata non con i parametri di Machiavelli, ma con quelli di Thomas Hobbes, inventore della politica individualistica e utilitaristica. Egli definì “stolti” tutti coloro che oggi, invece, sono considerati furbi (evasori, raccomandati, etc. etc.), ovvero coloro che, pur vivendo in una società fondata su alcune regole condivise (le Leggi) non mantengono i patti. E tutto per il loro vantaggio individuale. Questa furbizia dunque è furba nell’immediato, ma nel lungo periodo porta svantaggi a tutti. È quindi così furba da risultare da idioti.

È una situazione alla Tognazzi nel film “I mostri”, in cui insegna al figlio ogni tipo di furbizia e di ingiustizia, perché “il mondo è tondo e chi non sa stare a galla va a fondo”, salvo poi finire ucciso per soldi dal suo stesso ragazzo, diventato grande e furbissimo. È la società dei servi (politicanti) che si atteggiano a padroni (i grandi politici). Dei servi che sono la nostra vera e continua autobiografia. Ormai ridiamo dei loro vizi e difetti, dei loro guai e disastri, perché sono anche un po’ i nostri. Li riconosciamo, e il ridere finisce per farceli vedere sotto una luce non soltanto accettabile, ma persino lusinghiera. Ma una differenza ci deve pur essere tra loro e i padroni, no?

E così Leporello, fedele servitore di Don Giovanni, che pure è invogliato da quest’ultimo a tentare la seduzione della sua amante importuna, Donna Elvira, per levarsela dai piedi, non regge il confronto. Don Giovanni fa di tutto per renderlo credibile: una notte gli dà perfino il suo mantello e gli dice: “Va’”.

È una scena profetica. Vestito come il suo padrone, Leporello continua ancora oggi la scena. Ma non è un burlador, non si batte coi rivali, è inserito nel sistema, ha paura dei preti e dei potenti. È un libidinoso maldestro. Al buio non se la cava, cade nei fossi e pesta le merde, rimane chiuso in cantina o nell’armadio, viene rincorso dai cani. Ma qualche volta va anche lui a letto con Flavia, Doralice, Olimpia e Lucrezia e, più spesso di quanto non si possa immaginare, perfino con Donn’Anna. E il giorno dopo lo racconta, felice.

E noi ancora ci divertiamo, da furbi. Tanto furbi, abili e vincenti da risultare dei fessi.

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