Semplicemente corretto.

Provate a cercare uno spazzino, non se ne trovano più. E non sto dicendo che le strade siano più sporche del solito, no. Semplicemente nessuno fa più lo spazzino. Quelli che lo facevano prima ora si chiamano operatori ecologici e però fanno esattamente lo stesso lavoro degli spazzini. E siamo tutti più contenti. E così non ci sono più nemmeno gli handicappati, ma i disabili. No, scusate: i diversamente abili. E poi non si dice negro, ma nero. Poi di colore. Poi ancora afro. Il linguaggio politically correct ci costringe sempre di più dentro una ragnatela di termini fatti per annacquare, edulcorare, ammorbidire, rendere evanescenti i significati delle parole. E allora la scuola non è più una scuola, ma un istituto educativo, le tasse da pagare per vedere la TV non sono più tasse, ma un canone di abbonamento. Sono parole nuove che implicano dentro di loro il significato e che rendono impossibili le contestazioni.

Provate ad immaginare di voler sostenere un concetto come “la scuola non è educativa”, oggi lo potete fare. Ma domani? Provate a dire che “l’istituto educativo non è educativo”, vi prenderanno per idioti o poetastri in cerca di ossimori accattivanti. Provate a dire che un  diversamente abile non è abile al lavoro. Idem. Oppure come farete a sostenere che “i lavori socialmente utili” sono a volte inutili, se la definizione di utile l’ha già data qualcun altro per conto vostro, incorporandola nel sostantivo? Come potrete dire che le carceri, così come sono, non riescono a rieducare alla vita sociale se non si chiamano più carceri ma istituti correttivi?

Questo italico politicamente corretto è in realtà scorretto (altro ossimoro) perché interviene sulla nomenclatura, proprio per simulare un’attenzione che nei fatti non c’è. Quando non si interviene sulle cose, per volontà o incapacità, si cambiano i nomi e il gioco è fatto.

La dittatura del polically correct però non si ferma qui, ci siamo infilati in una spirale senza ritorno. Qualche mese fa c’è stata una organizzazione di ricercatori, consulente speciale del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, che ha definito razzista, islamofoba, omofoba e antisemita niente di meno che la Divina Commedia. Secondo questi insigni studiosi l’opera, scritta all’incirca settecento anni fa, urta la sensibilità dell’uomo del XXI secolo. In altre parole è molto politically incorrect. Per questo è stato proposto di metterla al bando dal circuito educativo degli adolescenti (o se volete dei diversamente adulti). La presenza di Giuda e dei Farisei nei gironi dell’Inferno, l’utilizzo reiterato e dispregiativo del termine “giudeo”, il trattamento riservato da Dante agli omosessuali e la descrizione offensiva e raccapricciante della pena assegnata a Maometto sono le prove eclatanti.

A questo punto si potrebbe suggerire qualche altra epurazione: a partire da Shakespeare e il suo “Il mercante di Venezia” in cui ricorrono i riferimenti dispregiativi ai Mori. Oppure da “L’Orlando Furioso” di Ariosto, in cui i musulmani sono definiti “pagani”, seguito poi da Dickens che in “Oliver Twist” ha incarnato l’archetipo del malvagio avaro e senza scrupoli nell’ebreo Fagin. E già che ci siamo potremmo includere anche Voltaire per le sue idee anticattoliche, antislamiste e antisemite. Rimarremo così a consolarci ed istruirci con i libri e le idee folgoranti di Federico Moccia e Fabio Volo, due noti diversamente intellettuali. A nulla sembra essere valso l’invito a non perdere tempo “a pensare alle foglie di fico” lanciato circa un secolo fa da Pareto nel suo saggio “Il mito virtuista e la letteratura immorale”. Al contrario, sembra di vivere nel romanzo 1984, dove Orwell ipotizzava una società in cui lo Stato avrebbe creato una nuova lingua che, a poco a poco, avrebbe sostituito quella vecchia, molto più pericolosa perché in grado di identificare le cose con il loro vero nome.

Il nuovo linguaggio a cui ci stiamo abituando è quello del politically correct, sempre più subdolamente introdotto nel nostro parlare. Che differenza c’è, in fondo, fra essere semplicemente corretti, ed essere politicamente corretti? La differenza sta nel fatto che essere semplicemente corretti significa essere oggettivamente e verificabilmente nel giusto e nel vero, mentre essere politicamente corretti significa individuare le cose che vogliamo rendere giuste e vere (se lo siano o meno è un’altra cosa), e avere il potere politico per renderle tali.

Ecco perché, in genere, io non sopporto il politicamente corretto. È qualcosa di rigido, dottrinario, censorio, è letale per la mente, per la fantasia, per la lingua e per la capacità di visione. È contrario alla sottigliezza, alla complessità, alle sfumature, alla sovversione. Persino all’indagine. Di fatto, le parole possono essere armi, possono essere letali, e qualunque tentativo di costringerle a seguire una linea definita a priori diventa una misura del rispetto che si nutre per loro e per il loro potere. L’alternativa è sostenere che le formule edulcorate del linguaggio a cui ci stiamo abituando non hanno poi una importanza così marcata, il che equivale a dire che le parole sono innocue (diversamente pericolose, pardon).

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