Noi donne e i maschi adulti

Io non lo sapevo, ma poi mi sono documentato. Durante il periodo fascista è stato abolito il «Lei» perché era troppo poco maschio, e sostituito con il «Voi» che ostinatamente sopravvive solo in alcune zone del Sud. Se dovesse capitarvi, ora sapete che non è un ubriaco che vede doppio a rivolgervi la parola, ma un semplice attestato di virilità. Andatene fieri.

Col passare degli anni però, soprattutto dopo il caso Marrazzo e le prorompenze di Vladimir Luxuria, il problema linguistico si è acuito e si è spostato sui trans: quale articolo usare? Maschile o femminile? “I” trans oppure “le” trans? No, non sorridete: sto parlando seriamente. Fior fior di intellettuali hanno litigato aspramente su questa cosa. Addirittura l’Accademia della Crusca, nella persona del presidente Maraschio, che siccome si chiama Nicoletta deduco sia una donna, se ne è occupata organizzando lo scorso maggio un convegno intitolato «Genere e linguaggio», per dibattere del «maschilismo linguistico», quello che «tanto per fare un esempio, porta a usare il termine uomo anche per indicare la donna, e questo convegno vuole essere un contributo per cambiare questo costume sbagliato. È chiaro che si tratta di un percorso lungo e difficile. Nell’attesa potremmo cominciare a esercitarci».

Dice proprio così, bisogna esercitarsi. A questo punto, confesso, ci ho provato ad esercitarmi con la mia ultima fiamma virtuale, Sara Tommasi. Per non correre rischi l’ho chiamata semplicemente Tommasi, su Twitter le ho scritto «Tommasi ti amo», ricevendo in cambio twittate infuocate di Damiano Tommasi, ex calciatore poco incline ad effusioni di questo tipo.

Ma non è stato l’unico a risentirsi: la Fornero ad esempio, al contrario dell’Accademia reputa sessista l’articolo «la», quindi se non ho capito male bisogna chiamarla il Ministro Fornero, o al massimo solo Fornero (prima però verificate che non ci siano altri calciatori omonimi). A pensarci mi torna in mente che anche Pier Paolo Pasolini scriveva «la glande» al posto de «il glande», perché l’etimologia viene da ghianda: potrebbe essere un’idea da recuperare?

Dunque: come uscirne? Il fatto è che ad essere maschilista non è solo la lingua, ma anche l’atteggiamento. Infatti, lo-stesso-Ministro-di-prima si è recentemente e candidamente chiesta se tutte le critiche che riceve “non derivino anche dal fatto di essere un ministro donna”. Poi spiega: “C’è una struttura di potere ancora concentrata sull’uomo, sul maschio adulto”. Insomma: le lodi quando le arrivano, arrivano per competenza dimostrata. Le critiche invece non dipendono dal suo operato, ma dal fatto che è donna. E, in quanto donna, ha tutto il diritto di parlare “in nome delle donne”, per difenderle dai tanti maschi adulti in circolazione. Insomma, che il suo maltrattamento serva da monito ed espiazione.

Io, lo ammetto, se fossi donna mi offenderei ogni volta che una donna apre bocca in nome delle donne, perché non c’è niente di più offensivo dell’essere ridotte a categoria, a sindacato della psiche, a quota rosa, a corrente politica non di idee ma di stampo sessuale, a specie animale. Come se essere una donna non significasse avere competenze e un cervello proprio, ma averne uno per tutte. Come essere pinguini, o formiche, o zanzare. Noi pinguini, noi formiche, noi zanzare. Noi donne.

E scendendo lungo questo crinale, inaugurato da due artiste del calibro di Jo Squillo e Sabrina Salerno, c’è la stupida rincorsa a capire cosa può essere offensivo per le donne, magari dicendo perfino cosa “le donne” debbano leggere o meno. Qualche mese fa un’inchiesta americana diceva che alle donne piace essere sessualmente dominate. È passato solo qualche giorno ed ecco che sono arrivati articoli al fulmicotone per dire no, “le donne” non devono voler essere sessualmente dominate. Una fra tutte? La Stancanelli che su Repubblica scrive «quando diventeremo padrone?». Senza sapere che le padrone esistono già, si chiamano mistress, sono una fantasia maschile, e costano pure care.

Un altro esempio. Mondadori pubblica un bestseller mondiale, un romanzo sadomaso che si intitola Cinquanta sfumature di grigio. L’ha scritto una donna, la (il?) James, e il romanzo non avrebbe niente di speciale se non fosse che è piaciuto molto alle donne. Apriti cielo: subito sono intervenute le donne a nome delle altre donne alle quali (in buona fede) era piaciuto il libro per dire che invece fa schifo, perché offende le donne. Per dirla con Barbara Alberti: «Forse è arrivato il momento della legittimazione del nostro masochismo». Eccola lì, dice «nostro» in quanto lei è una donna che parla per le donne e lo deve fare necessariamente. Se non ora quando?

Insomma, la verità è che se un altro uomo pretendesse di parlare per me «in quanto uomo», o dirmi cosa devo leggere o non leggere, o con chi devo andare a letto, o come comportarmi in certe situazioni o se dicesse che ci dovrebbe essere una “quota azzurra” da rispettare per farmi entrare di diritto nella stanza dei bottoni in rappresentanza della mia tribù di maschio-adulto-non-più-dominante, farei spallucce e l’unica cosa che mi verrebbe in mente di dirgli è di farsi i cazzi suoi.

Ah no, pardon, mi dimentico sempre che il convegno femminista delle donne dell’Accademia della Crusca ha stabilito, a nome delle donne (eh già), che il linguaggio è maschilista.

Quindi non si può nemmeno più dire cazzo.

Cazzo.

 

 

 

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Rif. Il Giornale, Massimiliano Parente.

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