L’imponderabile politica del cioccolatino

A me spesso capita con i cioccolatini. C’è qualcuno che li compra, quasi mai chi scrive, e poi d’incanto finiscono. Inutile indagare o cercare di capire chi sia stato l’artefice della malefatta. Vi posso assicurare che persino sotto tortura mai nessuno ammette candidamente di aver voluto sfacciatamente sfidare la bilancia e il più banale spirito di altruismo, magari lasciandovi quelli fondenti da sempre meno graditi. Gente senza cuore.

Ma questo è solo un esempio del nostro modo di essere. Anche (soprattutto?) nella vita pubblica. Le ultime cronache continuano a rivelare verità sul carattere di noi italiani che farebbero impallidire persino Schopenhauer, al quale evidentemente già non eravamo troppo simpatici. Quest’ultimo infatti sosteneva che, tra tutti i popoli d’Europa, noi fossimo l’esempio di “una perfetta impudenza”, insomma: i re delle facce di bronzo. Cosa aspettarsi da un connazionale della Merkel? Resta però il fatto che da un po’ di tempo chi vive in questo Paese non può fare a meno di chiedersi dove mai siano stati negli ultimi trent’anni gli attuali protagonisti della scena pubblica italiana (che c’erano e ci sono tutti), cosa hanno detto e fatto, e addirittura se abbiano mai detto o fatto qualcosa.

Debito pubblico a livelli vertiginosi? Sprechi? Pubblica amministrazione inefficiente? Corporazioni professionali che bloccano le riforme? Banche abituate ad angariare la clientela? Una giustizia di cui i cittadini diffidano? Carceri in condizioni orripilanti? Università poco competitiva e vittima di baronati? Disoccupazione a livelli record? Informazione faziosa fatta da giornalisti paggetti? Incompetenti nelle stanze dei bottoni? Cioccolatini finiti? Nessuno è responsabile di niente.

Certo non è stata colpa dei partiti che hanno governato per decenni e governano in ambito locale e nazionale. Non è stata colpa degli amministratori, dei professori, dei sindacati, dei dirigenti degli ultimi trent’anni. No. E, per l’amor di Dio, non è stata colpa nostra, di noi italiani che ora siamo superindignati contro la «casta». Certo, ci sono stati molti semplici cittadini implicati nei meccanismi perversi che ci hanno portato alla drammatica condizione che viviamo: come elettori, come evasori fiscali, come finti invalidi, come viaggiatori a sbafo, come fruitori della spesa pubblica, di condoni edilizi, di pensioni d’anzianità, come membri di qualche inutile consorzio, società mista, etc. etc. Ma di certo non è responsabilità nostra e delle nostre cristalline attività, piuttosto sono state quelle compiute da qualche amico o parente o conoscente ad aver affossato tutto. Ecco, questo è molto più probabile.

La verità è che siamo un popolo sfortunato. Sono le congiunture economiche, le guerre in Medio Oriente, le menti oscure dell’alta finanza, gli immigrati, la Cina, il Governo che taglia ospedali e tribunali ad averci portati dove siamo. Insomma: ciò che ci mette in ginocchio sono le cose che non riusciamo a controllare, l’imponderabile. Il resto abbiamo dimostrato di saperlo gestire benissimo. Cosa fare dunque? Come rimediare all’imponderabile politica del cioccolatino che sparisce senza lasciare traccia e senza nemmeno darti la possibilità di arrabbiarti con qualcuno?

Si potrebbe pensare che, di fronte all’imponderabile, l’unica scelta razionale sia essere irrazionali. Si potrebbe votare a caso alle prossime elezioni, ad esempio? Ok, lo avete già fatto. Allora vediamo: si potrebbe, avendo il mondo in cui viviamo delle leggi occulte che governano anche l’imponderabile, cercare responsi nelle viscere delle bestie sacrificate (come facevano gli antichi aruspici), o osservare più attentamente il modo in cui si deposita la polvere di caffè in fondo alla tazza. A livello amministrativo sembra però che questa strada abbia poco impatto mediatico-elettorale. Quindi? Vi propongo una terza via. Primo Levi notava che gli scacchisti hanno in comune con i poeti e i tennisti una qualità: sono fortemente irritabili. Questo succede perché hanno la responsabilità completa dei loro atti, non possono addossare responsabilità ad altri: sono «privi di pretesti, e i pretesti sono un analgesico prezioso». Davanti all’insuccesso l’attore dà la colpa al regista e viceversa, in un’azienda, il sottoposto incolpa il superiore, e viceversa; il capo del governo dice di non avere potere e persino Hitler, un’ora prima di suicidarsi, affermò che era tutta colpa dei tedeschi, che si erano dimostrati indegni di lui.

Perché allora nella formazione delle classi dirigenti, invece di quelle roboanti scuole di formazione di partito sulla “politica come bene comune”, su “il servizio ai cittadini” o similari, non si prevede un corso di scacchi? L’effetto potrebbe essere destabilizzante ed immediato: imparare precocemente a meditare prima di muovere, ben sapendo che il tempo concesso per ogni mossa è limitato; ricordando che ogni mossa ne provoca un’altra dell’avversario, difficile ma non impossibile da prevedere; e pagando per le mosse sbagliate, che sono sempre irreversibili.

Un modo per dare peso all’imponderabile potrebbe dunque essere quello di abrogare definitivamente il nesso che lo collega alla nostra irresponsabilità. Perfino sulla fine dei cioccolatini.

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