Quella dannata particella


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Non so quanti di voi hanno mai provato a pubblicare qualcosa, un libro piuttosto che un articolo di giornale. Molto spesso, ma direi quasi sempre, chi lo fa entra in muto conflitto con una figura che ha del mitologico: il titolista. Questa persona si suppone abbia la importante capacità di comunicare in poche parole il senso di tutto il pezzo, accattivare il lettore e non fare imbestialire più di tanto lo scrittore. Alcune volte ci riesce (a non farle entrambe), altre volte sbaglia, magari scrivendo una parola per un’altra, regalandoci dei risultati esilaranti. Cosa fare in questi casi?

Achille Campanile sosteneva che i refusi non andavano corretti perché, tra l’altro, avrebbero potuto paradossalmente fare la fortuna di un libro. E citava il caso di uno storico che intitolò un suo poderoso volume specialistico “La caduta di un regno”, e che invece uscito col titolo sbagliato “La caduta di un ragno”, divenne quasi un bestseller. Dunque, questi giochi di parole a volte diventano pericolosamente fuorvianti: a maggior ragione quando fanno scollinare il lettore dal sentiero della scienza a quello di Dio, incrociando due percorsi che, come l’acqua e l’olio, possono sembrare uniti solo quando c’è molta confusione.

In questi giorni ne sentirete parlare molto: sembra che al Cern di Ginevra i responsabili degli esperimenti annunceranno ufficialmente di aver trovato ciò che finora era introvabile: il bosone di Higgs, più famoso come particella di Dio. Fisici sperimentali e teorici del mondo intero erano in attesa della risposta definitiva: c’è davvero? Non c’è? Ma cos’è di preciso il bosone di Higgs? Che importanza ha sapere se esiste o non esiste? Questa particella è davvero collegata a Dio? La risposta, ovviamente, è no: ma è molto curioso sapere come si è arrivati a darle questo nome.

L’espressione “particella di Dio” viene dal titolo di un libro di divulgazione del Nobel americano Leon Lederman, ma il titolo che Lederman voleva era The goddam particle, letteralmente “quella dannata particella”, tipica espressione idiomatica inglese di esasperazione. L’editore del libro ha però tolto “dam” e lasciato “god”, Dio. E ha fatto il patatrac: avrà pur venduto un sacco di copie del testo, ma ha aperto il campo a travianti discussioni e approfondimenti pseudo teologici che non hanno mai avuto motivo d’essere.

Lasciando dunque stare Dio e la sua vicinanza a questa ricerca, vediamo di capirci qualcosa in più. Così come il fotone è legato al campo elettromagnetico, il bosone di Higgs è il “quanto” del campo di Higgs: un campo di energia che genera la massa delle particelle elementari. L’individuazione del bosone di Higgs aiuterebbe dunque a comprendere meglio le relazioni esistenti fra le quattro forze della Natura: elettromagnetismo, forza nucleare forte, forza nucleare debole e gravità. Mentre la teoria della relatività generale di Einstein riguarda la gravità macroscopica, che non ha praticamente effetto sulle particelle osservate al Cern, la teoria che spiega tutto il resto (l’elettromagnetismo, la teoria di Fermi e le altre teorie sulle particelle elementari) ha un nome oggettivamente deprimente: il “Modello standard”.

Negli ultimi trent’anni, una dopo l’altra, le predizioni di questo Modello sono state tutte confermate e le particelle predette dallo stesso regolarmente trovate. L’ultima particella della lista, la sola che mancava all’appello, era la dannata particella di Higgs che, fino ad oggi, si era magnificamente eclissata, indispettendo i migliori ricercatori del mondo.

Eppure oggi la scoperta è stata annunciata. Questa scoperta è il definitivo trionfo di una grandissima teoria e di una generazione di fisici che ha saputo guardare l’invisibile prima ancora di penetrarlo. Ma questo non significherà riuscire a spiegare tutto: la Natura è da sempre più scaltra di come riusciamo ad immaginarla o descriverla e, nonostante questo importantissimo fatto, i ricercatori dovranno continuare a rimboccarsi le maniche per dare una risposta ai tantissimi interrogativi ancora aperti. Magari lo faranno affidandosi a modelli che saranno per anni o decenni solo delle buone approssimazioni della realtà, in attesa di superare definitivamente le imprecisioni delle loro teorie, ma comunque i loro errori saranno enormemente meno dannosi di quelli degli editori.

Andrea Camilleri racconta che, appena diciannovenne, pubblicò il suo primo racconto su uno dei principali quotidiani siciliani. Il racconto terminava con queste parole: “Strinse la donna a sé e si allungò sul letto”. Venne invece stampato così: “Strinse la donna a sé e si allungò sull’etto”. Lo scrittore racconta che il suo primo impulso fu di suicidarsi, poi gli venne da ridere. Perché non fare lo stesso con la particella di Zio?

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