Giuda ladro

Il futuro della Basilicata è ineluttabilmente legato a tre eventi accaduti di recente, ognuno dei quali, a modo suo, determinante. Il primo e di maggior rilievo sarà lo scoprire se la popolazione riuscirà a sopravvivere allo shock emotivo derivante dall’aver aver visto Rocco Papaleo infilarsi una T-shirt dell’ENI. Il secondo, le dichiarazioni di Arisa che ha detto di voler tornare più spesso, ma di non poterlo fare perché i nostri amministratori ancora non si sono degnati di farle un aeroporto sotto casa. Il terzo, certamente quello di maggior rilievo sotto il profilo politico, è l’exploit del cuoco Vissani che a Matera ha parlato bene (meglio) del pane di Altamura rispetto a quello della città che lo aveva invitato. Tradimento!

I tre avvenimenti sembrano fra loro slegati e dovuti a cause che paiono radicate in situazioni sociali e politiche diverse fra loro. E però non è così. La ragione di tutto ciò sta nell’esplosione di una fallace e pericolosa tendenza, che già John Locke nel Saggio sull’intelligenza umana del 1690 aveva chiaramente identificato nel considerare le parole al posto della realtà.

E gli scriveva che «gli uomini, poiché non amerebbero che si pensasse che essi parlano unicamente di ciò che è nell’immaginazione loro, bensì anche di cose quali sono realmente, spesso suppongono che le parole stiano altresì per la realtà delle cose» e proseguiva poi «che si perverte l’uso della parola, e si porta inevitabile oscurità e confusione nei loro significati, ogni volta che pretendiamo esse rappresentino cosa alcuna, che non siano quelle idee che noi stessi abbiamo nella mente».

È così tutti i “basilicateschi” (per dirla con la nostra citata e imbarazzante cantante), sono vittime di questo demone: il continuo andare alla ricerca di un rappresentante, di un ambasciatore, di un simbolo dietro cui accodarsi, non si sa per quale motivo e con quale fine. Tutte cose che hanno molto dell’apparenza e delle buone intenzioni, ma poco della realtà. E quando le due cose si scontrano si grida al tradimento.

E qui io però vorrei spezzare un lancia a favore di quest’ultimo: anche il tradimento ha una sua dignità, se chi è tradito se lo merita. È come in letteratura: finchè c’è tradimento c’è romanzo. Da Madame Bovary a quella stronza dell’Albertine di Proust, per non parlare de “I promessi sposi” in cui ci voleva di mezzo Don Rodrigo per scampare alla noia di Renzo e Lucia, i quali appena si mettono insieme non vogliamo nemmeno sapere che fine fanno. Alzi la mano chi ha finito di leggere il libro.

E vale anche oggi, dove il “povero” Papaleo viene accusato di aver tradito i lucani (e perché?) mentre prima veniva esaltato come un Cristo in terra (e perché?). Chi ha tradito chi? Lui la Basilicata adesso o noi tutti il buon senso prima? Arisa le sue origini ora o noi tutti l’ABC dell’intelligenza prima, scambiando una bella voce (e nulla più) per altro, molto altro?

Il fatto è che tradire è facile (quando ci sono falsi presupposti), ma tradire bene è difficile e comunque, appunto, tradire non sempre è male e essere fedeli non sempre è bene. Tiè.

Ma non tutti i mali vengono per nuocere e con le corna, se è vero che quando spuntano fanno male, poi ci impari a mangiare. E così da questi tradimenti nasce spesso il miglioramento, perché questo atto può voler dire mettere in dubbio le cose per come sono. Ad esempio la scienza è un continuo tradimento delle opinioni consolidate. Così Galileo tradì la Chiesa con la difesa della visione copernicana, ma tradì anche la verità, quando fu costretto a ritrattare.

Allora forse dovremmo iniziare a mettere in dubbio questo nostro modo di fare, quello di rincorrere il “fenomeno” di turno, meglio se famoso in TV, per sentirci cucita addosso una identità (di che tipo non si capisce e, a quanto pare, non conta).

Però, considerando la nostra pigrizia mentale, per farlo forse non ci basta una vita, né fisica né tantomeno amministrativa. E così ben venga il Dalai Lama, che magari ci potrà spiegare come imparare a non tradire (o a tradire meglio) nel ciclo infinito delle reincarnazioni che secondo lui ci aspettano (gli unici contenti di rinascere all’infinito finora sembrano essere i politici). Sempre che la prossima volta non ci tocchi di essere un asino. O un pesce. A quel punto però il problema non si pone, almeno staremo zitti.

Perfino nella mitologia cristiana il fascino del tradimento è più forte della fedeltà: ricordate? La storia dell’umanità inizia con un tradimento, porca Eva, il Vangelo diventa un po’ pepato grazie a Giuda, porco Giuda. Ma poverino: era un predestinato incluso nella profezia dei Salmi? Era solo una pedina del gioco divino e dunque una vittima? E allora povero Giuda. E che dire dei cristiani che aspettano il ritorno del messia redivivo da duemila anni e stanno ancora lì impalati a aspettarlo? Eh già, non a caso si chiamano fedeli (cioè non tradiscono)? E allora stai a vedere che proprio Giuda è stato l’unico che ha fregato tutti. Giuda ladro.

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