La mela stregata (auguri Alan)

ImmagineOggi sono cento anni, ma non di solitudine. Oggi, 23 giugno 2012, è il centenario della nascita di un uomo a molti sconosciuto, ma senza il quale io e voi ad esempio, ora non potremmo comunicare attraverso i nostri computer. Tanto per capirci è uno senza cui Steve Jobs, Bill Gates, Mark Zuckerberg o gli inventori di Google non avrebbero mai potuto diventare ciò che sono.

Per festeggiare il suo compleanno, e per sottrarlo -almeno per il tempo che dedicherete a questo post- all’ingiusto oblio al quale sembra essere condannato, voglio raccontarvi qualcosa della vita di una tra le persone più geniali degli ultimi secoli: Alan Turing.

Volendo riassumere molto brevemente i tratti salienti della sua vita, potrei dirvi che è stato: un importante matematico e un pioniere dell’intelligenza artificiale; una figura insieme centrale ed eccentrica della storia dello spionaggio durante la Seconda guerra mondiale; un omosessuale martire.

Fu un uomo piuttosto colorito. Il suo aspetto era trasandato, con la barba sempre lunga e le unghie sporche. Infantile (si fece regalare un orsacchiotto di pezza per Natale, a ventidue anni) e antiaccademico.

Abbandonava le conversazioni vuote e le compagnie idiote repentinamente, senza una parola di commiato. Imparò a fare la maglia da una ragazza che aveva deciso di sposare, nonostante la propria omosessualità. Andava in bicicletta con la maschera antigas durante il periodo dell’impollinazione, per evitare l’allergia. Legava la tazza da tè al termosifone con un lucchetto per timore che gli fosse rubata e portava la giacca del pigiama al posto della camicia. Giocava a tennis nudo sotto un impermeabile, e non disdegnò di discutere con un bambino se Dio avrebbe preso il raffreddore se si fosse seduto sulla nuda terra.

Turing però è stato anche lo straordinario scienziato che dobbiamo ringraziare se in questo momento siamo in grado di avere un blog o un sito, di navigare su internet, di scrivere un’email o più semplicemente di avere a disposizione un qualsiasi computer sulla nostra scrivania. È stato il primo a proporre un modello matematico di “macchina logica” programmabile attraverso un algoritmo, spalancando le porte alla moderna tecnologia informatica e prevedendone addirittura i limiti teorici. L’interrogativo dal quale partì era abbastanza semplice: era possibile immaginare una procedura meccanica che potesse, in tempi più o meno lunghi, dimostrare o confutare tutte le affermazioni che riguardano i numeri e la matematica? Quindi si domandò che cosa fosse di preciso una procedura meccanica, e approdò a una domanda che, al gotha dei matematici puri, poteva soltanto apparire incongrua: che cos’era una macchina? Ed era possibile costruirne una che, manipolando dei simboli e delle regole, fosse in grado di simulare qualsiasi altra macchina specializzata in qualche attività (come giocare a scacchi o fare una traduzione)? Oggi i concetti di hardware e software sono alla portata di tutti, ma quando Turing la formulò, nel 1934, quest’idea era così nuova che nessuno (o quasi) la capì.

A questa macchina platonica e universale venne dato il nome di “macchina di Turing”, un potente strumento teorico tuttora utilizzato poiché le implicazioni sono a dir poco affascinanti. Ciò che Turing ci ha detto, infatti, è che non solo esistono problemi per i quali un calcolatore non può fornire soluzioni in tempo finito, ma anche che, per qualsiasi problema che sia viceversa calcolabile, esiste un programma della macchina di Turing che lo risolve. Questo è uno strano risvolto del suo teorema: se da una parte toglie speranza all’idea di calcolare tutto, dall’altro stabilisce che esiste da sempre un modello definitivo di calcolo che può risolvere tutti i problemi risolvibili. Questo ultimo punto getta una luce particolare sulla ricerca nel campo informatico: non esistono problemi risolvibili per i quali non esista già una tecnologia che consenta di risolverli; quindi i ricercatori non fanno altro che cercare di “fare meglio” (quando ci riescono) di quanto non si possa già fare con una macchina di Turing.

Mentre lavorava a questa idea rivoluzionaria, vide al cinema Biancaneve e i sette nani. I suoi colleghi raccontano che per mesi canticchiò, con la sua voce sgradevolmente acuta, la canzone della strega che avvelena la mela. Rimase folgorato da quella storia e da quell’avvenimento. La sua eccentricità però non lo salvò dalla propria ingenuità. Anni dopo, andando a denunciare alla polizia un furto subito da un ragazzo con cui si era appartato, fu costretto ad ammettere la propria omosessualità. In seguito a questo fatto, nell’Inghilterra puritana che abitava, fu obbligato alla castrazione e ad una terapia ormonale che gli fece crescere il seno.

L’impatto sulla sua psiche fu tremendo. Poco tempo dopo quel trattamento decise di farla finita, nel modo più eccentrico e plateale che potesse. Intinse una mela nel cianuro di potassio e, memore della strega di Biancaneve che tanto lo aveva affascinato, ne staccò un morso. Fu così che l’8 giugno 1954, la domestica di Alan Turing scoprì il suo corpo, riverso sul letto, nella piccola casa della periferia di Manchester in cui viveva.

Steve Jobs non ha mai smentito che il simbolo della sua Apple, la mela morsicata, fosse proprio un omaggio alla travagliata e geniale vita di Turing che seppe aprire gli orizzonti dell’informatica, ma non sopravvivere all’infinita stupidità pregiudiziale della gente che lo circondava.

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