Bob, tra leggenda e verità

Il 24 maggio 1941, a Duluth, porto fluviale che s’affaccia sul lago Superiore nel Minnesota, nasceva Bob Dylan. Nato come Robert Allen Zimmerman, rimane Bob, ma diventa Dylan, come Dylan Thomas. Come uno che ha voglia di essere un poeta e ci riesce. Musicista totale, marito infedele, padre affettuoso e figlio devoto; è stato da sempre un uomo che ha avuto bisogno di un Dio, anche se non ha capito mai bene quale.

Bob Dylan è uno di quegli artisti che ha sempre avuto, alla lunga, ragione. Quasi su tutto. In mezzo secolo di musica, ha inventato il rock nel 1965 elettrificando il folk e musicando storie cupe, misteriose, apocalittiche. Visionario e concreto, poeta e cronista, sempre avanti rispetto al suo tempo, Bob Dylan scrive “Masters of war” prima che il Vietnam distruggesse la sua generazione; “Hurricane” prima che Hollywood riscoprisse il caso Rubin Carter; “Forever young” senza sapere che proprio lui sarebbe diventato immortale; celebra gli hobo, gli zingari e i drop out, essendo lui stesso un cantastorie di strada, un nomade. Ha rifiutato la politica militante quando era una moda, si è convertito e riconvertito, da ebreo a cristiano a ebreo, quando droghe e politica non bastavano più. Infine ha cominciato a esibirsi 300 giorni all’anno, in spazi sempre più piccoli, quando gli show degli altri sono diventati sempre più giganteschi e mirabolanti. Quando poi la schiena ha cominciato a dargli problemi, si è messo in piedi, un po’ torvo con giacca da gentiluomo messicano e cappello da Zorro.

Oggi forse lo si conosce poco per la sua musica e più per la sua leggenda. Ma a far la fatica di recuperare i suoi vecchi dischi, si scopre che tutto, da Springsteen agli U2, da De Gregori ai Guns’n Roses è lì: in quella voce stridula e lunare, in un viaggio dantesco nell’America della gente comune. O, se preferite, in una discesa nella realtà che ricorda inevitabilmente “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad o Controvita di Philip Roth, così come è chiaro nell’album John Wesley Harding in cui dedicò, siamo nel 1968, una canzone niente di meno che a Sant’Agostino.

I dreamed I saw saint Augustine, I dreamed I saw saint Augustine alive with fiery breath! 

Non sapremo mai come sia riuscito a stralunare la società con i suoi testi. In una intervista ha dichiarato: «Non ho mai capito come siano nate, magicamente, certe canzoni. Non me lo spiego. Ma di sicuro non è il tipo di magia alla Siegfried e Roy. È una magia più sottile, a me è capitata. Ma una volta sola».

Si dice che nel Far West fra una leggenda e la verità, vinca sempre la leggenda. Per Dylan è lo stesso. Non sapremo mai chi è davvero né cosa lo abbia portato a scrivere certe canzoni.

Da anni gli esegeti accademici, che hanno esaurito i poeti al quale paragonarlo, lo mettono fra i candidati al Nobel, ma quando lo hanno premiato in una prestigiosa università scozzese, non ha detto nient’altro che «grazie», senza altri fronzoli. Anzi, su una delle tante lauree honoris causa ricevute, ha scritto persino una ballata, The Day of the Locusts, prendendo in giro la vanità del genere umano.

Prima di tutto la sua.

 

http://www.youtube.com/watch?v=hk3mAX5xdxo

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