Quello che loro vogliono

Ormai è un mantra, una giustificazione, un paravento, un ombrellino da sole. Quattro parole che fanno da scudo alla nostra coscienza bislacca: quello che loro vogliono.

E lì dietro ci nascondiamo, sicuri che nessuno potrà venire a stanarci per farci sentire almeno un po’ in colpa, almeno un po’ partecipi di quello che sta succedendo. Tre bombole di gas davanti ad una scuola, una ragazza morta, un’altra in fin di vita. Feriti. Sangue, orrore. È stata la mafia, forse no. Un singolo, non si sa. Ma c’è una foto. Vedremo. I servizi deviati, non è certo. Si brancola nel buio, però manifestiamo. Scendiamo in piazza a tempo di record. E parliamo, ci ascoltiamo. Ci diciamo cose importanti, che non ci fanno paura (ma chi?), che adesso ci ammazzassero tutti (e perchè?), che si, ora Dio avrà un angelo in più (muah).

Ci sussurriamo frasi di circostanza, ma non cambiamo. No. Perché è “questo che loro vogliono”. E allora si va avanti: gli eventi non si annullano, agli amici non si rinuncia, nemmeno per quella sera. In TV c’è la finale di Champions, domani quella di Coppa Italia. Non trasmetterla? No: è quello che loro vogliono.  Immobilizzarci, ingabbiarci. E noi non gliela daremo vinta.

Stiamo sul pezzo, ci twittiamo le notizie. I politici emettono comunicati stampa con ritmo serratissimo, che non si dica che qualcuno sia indifferente alla sciagura. Osserviamo un minuto di silenzio anche per l’altra ragazza che è morta. Noi di questa manifestazione siamo i primi a farlo. Smentita, non è morta. Ok, ormai è passato il minuto, noi abbiamo fatto il nostro, pronti a ricominciare. Con l’anima in pace. Non ci fermeranno mai.

Emozioni prêt-à-porter, calate nello stomaco come pasticche: ci stordiscono per un po’ e poi via, si ricomincia, la vita va avanti. Bisogna approfittarne subito, lasciarsi sconvolgere, farsi stravolgere la vita per qualche minuto, riflettere, commuoversi, quando necessario imprecare contro Dio, contro lo Stato che non ci protegge, i criminali che se la prendono con gli studenti, le imprese, la Chiesa che non paga l’ICI, la grande finanza che ci toglie i soldi, le banche che se ne approfittano, i raccomandati che sghignazzano alle nostre spalle, i pensionati che –sfacciati- si lamentano pure, i baroni dell’università, i politici che non cambiano mai e che ci stanno portando allo sfacelo, i tecnici che fanno qualcosa ma sono freddi e non capiscono niente.

È normale che poi arriva qualcuno e mette una bomba, no? Cioè no. Non è normale, però poi…si insomma, c’è tensione sociale. E noi dobbiamo mantenere saldi i nervi. Non lasciamoci fuorviare da queste cose, serriamo i ranghi. Se una cosa la dovevamo fare, non ci faremo intimidire. La faremo comunque. Non cambieremo le nostre abitudini, quello che siamo abituati a fare, il nostro modo di essere. Perché? Ma perché questo è quello che loro vogliono!

Le cose di prima le faremo e le continueremo a fare sempre allo stesso modo, portandoci però nel cuore le esperienze, le speranze, le emozioni e i nomi di chi ci ha insegnato qualcosa, di chi, con la sua vita, ci ha detto che così non si può andare avanti.

Come si chiamava la ragazza morta davanti quella scuola?

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