Scrittori da guerra in un’epoca di pace: Günter Grass e Thomas Schelling

Chi pensa che la poesia sia qualcosa di lontano dalla vita di tutti i giorni, un rifugio per depressi sognatori romantici, in questi giorni ha dovuto sicuramente ricredersi. Sta facendo molto discutere la lirica di Guenter Grass, censurata dal Die Zeit, l’illustre settimanale di Amburgo. Il Nobel per la letteratura, il massimo scrittore tedesco vivente, con la poesia “Quel che deve essere detto” è ritornato a battere sul suo tamburo di latta, aprendo un dibattito che si annuncia dai toni forti, a livello globale. Con uno stile che ricorda il Brecht più impegnato e aggressivo, Grass dice esplicitamente che secondo lui il vero pericolo per la pace mondiale è Israele e non l’Iran, il deterrente nucleare israeliano e non l’arsenale che Ahmadinejad sta costruendo.

Grass dunque grande polemista, oltre che letterato. Anni fa, in “Sbucciando la cipolla“, confessò persino di aver prestato servizio nelle SS da giovane, credendoci. Ma nonostante questo, scrollandosi di dosso ogni remora, attacca anche la sua Germania, accusata di aver fornito a prezzi stracciati sei sottomarini ultramoderni alla Hel ha’Halama le Israel, la Marina israeliana. Un’arma per l’ultima difesa contro l’Iran, un deterrente da utilizzare con la minaccia di essere usato (per poi non usarlo), come fu con le atomiche tra Usa e Urss nella guerra fredda. Quello che con questa poesia è ripartito è dunque il meccanismo della grande strategia politica internazionale, dove più delle bombe vere dominano quelle immaginate. Ma resta il pericolo che, mentre “si parla fin troppo di guerra” – come ha detto Obama in un recente incontro con Netanyahu – qualcuno decida di usare davvero il “grosso bastone”. Sarebbe però interessante approfondire il perché per oltre sessanta anni il nucleare è stata soltanto una minaccia e mai una realtà, a cominciare dalla guerra fredda.

In effetti, l’evento più importante del Novecento, una guerra nucleare, non si è mai realizzato. Se non tutto, parte del merito di questo grande risultato va sicuramente ad un altro premio Nobel, l’economista americano Thomas Schelling. Una carriera ad Harvard, ispiratore riconosciuto della politica estera americana negli anni Sessanta, quella della prova di forza con l’Unione Sovietica, con un’intera generazione di giovani funzionari dell’era kennediana cresciuti ai suoi seminari: da McGeorge Bundy, consigliere alla sicurezza nazionale di Kennedy e Lyndon Johnson, fino al segretario alla difesa Robert McNamara. Proprio in quegli anni Schelling contribuisce a creare una sorta di tabù attorno all’uso di armi atomiche (l’amministrazione Eisenhower, infatti, non le riteneva una minaccia così terribile). Ma il Nobel gli è arrivato soprattutto per The Strategy of Conflict, pubblicato nel 1960, applicazione della teoria dei giochi al sistema delle relazioni internazionali (che forse qualcuno dovrebbe ri-leggere), riflessione sui concetti di deterrenza, contrattazione, cooperazione, concorrenza. Proprio le cose che le poesia di Grass ha riportato a galla.

Ciò che Schelling ha dimostrato, infatti, è che un soggetto può rafforzare la sua posizione vedendo ridotte (!) le sue opzioni, che la capacità di rappresaglia funziona meglio della forza di resistere a un attacco, che una rappresaglia incerta è più efficace della certezza della rappresaglia. Certo, questa strategia del conflitto pone un forte presupposto nella razionalità degli uomini. Eppure la realtà che osserviamo oggi tra Israeliani e Iraniani sembra legata a scelte che hanno poco a che fare con la razionalità stricto sensu: la religione, l’appartenenza etnica, sentimenti di revanchismo. Ma questa semplificazione è solo apparente e sarebbe necessario che l’occidente, soprattutto quel nano politico che è l’Europa di oggi, si guardi bene dal giudicare folle o irrazionale ciò che non capisce o ciò di cui non condivide i valori. Si può perfino arrivare al paradosso dell’irrazionalità quale forma estesa di razionalità. Se l’occidente nel suo insieme non riesce a capire i motivi delle scelte dell’Iran, ad esempio, l’apparente atteggiamento folle (o irrazionale) di questa nazione potrebbe divenire elemento di pressione nella contrattazione tra i due blocchi e, alla fine, diventare uno degli elementi decisivi per la supremazia delle ragioni dell’Iran stesso, contro ogni previsione “razionale” occidentale. Irrazionalità come una forma di razionalità vincente.

A smuovere le acque, a ribaltare le prospettive e le logiche di interazione di politica internazionale a volte, dunque, può bastare anche una poesia. Ma potrebbe non essere sufficiente a farci uscire dall’angolo buio delle nostre convinzioni, se non si lascia uno spiraglio ad un po’ di sana irrazionalità (politica o meno).

05 aprile 2012
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