La Settimana della cultura e la zona franca intellettuale

In genere quando si istituiscono delle giornate per celebrare qualcosa è perché si avverte l’incombenza dell’oblio, il concreto pericolo che alcune cose vadano perse, con tutto il carico di significati che portano con sé. Ne sono esempio la Giornata della Memoria, la festa della donna, la giornata della Terra e via discorrendo. Se, poi, invece di una giornata si parla e si istituzionalizzano più giorni consecutivi, ecco che allora la cosa dovrebbe farci ancora più riflettere.  

È per questo motivo che, ogni anno, osservo con spirito incuriosito tutto ciò che ha a che fare con la Settimana della Cultura, promossa dal MIBAC (quest’anno dal 14 al 22 aprile) e replicata in tutte le Regioni che aderiscono al progetto. L’intento è nobile: aprire, e gratuitamente, le porte di musei, ville, monumenti, aree archeologiche, archivi e biblioteche statali su tutto il territorio nazionale. Il rischio concreto, che si continua a perpetuare, è che al posto di trasmettere l’amore per l’arte e la conoscenza a chi generalmente non ne usufruisce, si contribuisca a rafforzare l’idea della cultura intesa come qualcosa adatta ai giorni festivi, preferibilmente da consumare a gratis. Una sorta di sospensione della e dalla quotidianità, una zona franca in cui poter sostare per un attimo, prima di ritornare, in modo più o meno brusco, alla vita vera, fatta della solita routine di cose, case e lavoro.

Ritengo che in questo modo non si riesca minimamente a scalfire la convinzione di quanti (e sono la maggioranza) hanno sempre considerato la cultura come optional polveroso, obsoleto e noioso, spesso gestito da intellettuali lamentosi e fumosi, dotati di scarso senso della realtà, ma afflitti da inspiegabili complessi di superiorità. Certo una grossa responsabilità di questo atteggiamento è dovuta anche a tutti quegli intellettuali che tendono costantemente a marcare la distinzione tra cultura alta e bassa, cultura d’élite e popolare. Questo, a ben vedere, è lo stesso perverso meccanismo mentale di chi, dal lato delle Istituzioni, considera la cultura come un bene di lusso (da qui la benevolenza una tantum di concederlo gratuitamente), qualcosa che deve essere protetto negli anni delle vacche grasse e da tagliare quando, invece, si passa inevitabilmente a quelli delle vacche magre, magari perché “la congiuntura economica” lo esige.

Che dire? Che entrambe queste posizioni sono posizioni da XIX secolo quando si pensava da un lato che la cultura fosse adatta solo ad alcune sfere sociali (per gli altri c’è il campionato calcio e/o il Grande Fratello) e dall’altro che la crescita economica significa produrre “roba”: che si tocca, che si annusa, che si mangia o che comunque ci si porta a casa. Niente di più sbagliato. Un esempio su tutti: comperiamo pochi manufatti americani e ne abbiamo sempre comperati pochi. Non abbiamo mai comperato le loro “cose”, comperiamo invece le loro idee: i programmi di Microsoft e di Apple, siamo sempre su Facebook, guardiamo YouTube e senza Google non sapremmo cosa fare.

Questo ci insegna che cultura e sviluppo non sono alternative, senza la prima si rimane indietro anche con la seconda. Se si vuole però invertire la rotta, piuttosto che su eventi sporadici sebbene densi di significato, è necessario individuare altre strade, ritornando ad utilizzare una pratica che molto spesso, soprattutto in campo culturale, non è più utilizzata: la programmazione. Se vogliamo davvero ritornare a crescere, dobbiamo pensare con un’ottica di medio-lungo periodo in cui lo sviluppo (anche quello economico, ovvio) passi obbligatoriamente per la valorizzazione dei saperi, delle culture, puntando in questo modo sulla capacità della società di guidare il cambiamento, non il contrario.

Far entrare come degli sprovveduti delle persone in un museo ad ammirare opere di cui solo lontanamente possono intuire la portata non significa allargare la base dei fruitori di cultura. L’elemento numerico non può e non deve essere l’unico parametro di valutazione della riuscita di un evento culturale. Investire in cultura deve invece necessariamente significare, per prima cosa, investire nella creazione di cultura, cioè in conoscenza diffusa e diffusiva. Solo allora l’apertura di un museo non sarà proposta da un Ministero una volta all’anno per una settimana, ma sarà pretesa tutti i giorni dalla gente. Che poi concederà volentieri una settimana di ferie agli organizzatori di questi eventi.

17 aprile 2012
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...