Ieri l’atomica, oggi spread e sanzioni: ecco come cambia la strategia della deterrenza

Stanley Kubrick oltre ad essere un grande regista è stato, come tutti veri artisti, un grande interprete delle preoccupazioni più profonde dell’animo umano. Il suo film “Il Dottor Stranamore”, girato solo un anno dopo la crisi missilistica di Cuba, è un quadro a tinte fosche delle preoccupazioni che in quegli anni incombevano sull’umanità. Lo avesse girato oggi quel film, probabilmente Kubrick avrebbe utilizzato altre metafore al posto dell’atomica. La crisi, lo spread, gli investimenti finanziari. L’Europa che minaccia la Grecia sui fondi salva Stato se non si dimostrerà virtuosa, la Camusso che minaccia lo sciopero se si tocca l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il Governo che minaccia di proseguire autonomamente sulla sua strada delle riforme se non si troverà l’accordo, la comunità internazionale che minaccia l’Iran di sanzioni se continuerà nella sua politica di sviluppo dell’atomica e l’Iran che minaccia Israele facendo intravvedere le sue navi al largo delle coste siriane. Sembra che tutto, a ben guardare, si mantenga su un sottile equilibrio, dettato dalla credibilità delle minacce stesse e, di conseguenza, di chi le formula.

Nel film citato, la conoscenza dell’esistenza di un ordigno-fine-del-mondo, posseduto dai sovietici a fini di deterrenza e in grado annullare la vita sull’intera superficie terrestre, è la chiave di volta. La deterrenza infatti, afferma il Dottor Stranamore, è “l’arte di creare nell’animo dell’eventuale nemico il terrore di attaccare”. Ed è proprio a causa della irreversibilità della scelta che tale ordigno è terrorizzante e di facile comprensione, assolutamente credibile e convincente. 

Proseguendo con l’analogia, risulta pertanto di fondamentale importanza non tanto la potenza dell’arma in sé (in senso lato o meno), quanto la comunicazione tra gli avversi schieramenti, che siano politici o sociali. Infatti, in linea di principio e in qualunque situazione di conflitto, il rischio di un attacco può venire affrontato in quattro diversi modi: 

distruggendo preventivamente le armi avversarie (anche argomentative); 
intercettando l’offensiva prima che provochi danni irreparabili; 
proteggendosi contro gli effetti di quelle azioni;
oppure, ultima opzione, promettendo rappresaglia a chi offende per primo. Però solo comunicando all’avversario di voler utilizzare quest’ultima strategia si tenta di dissuaderlo dall’effettuare il primo attacco. 

La strategia della deterrenza, quindi, cerca di trovare i mezzi per convincere l’avversario del fatto che le proprie minacce sono credibili, suggerendo i metodi più efficaci per modificarne la volontà senza dover necessariamente passare attraverso una prova di forza, il più delle volte controproducente per tutti. Già nel VI secolo a.C. il generale cinese Sun Tzu riassunse magistralmente questo concetto nel suo manuale L’arte della guerra: “vincere il nemico senza bisogno di combattere, questo è il trionfo massimo”. 

È dunque nell’arte della contrattazione la via di uscita migliore dalle situazioni di stallo di ogni risma, sebbene non sia trascurabile un altro aspetto, di fondamentale importanza: la differenza che emerge nel passaggio dal livello decisionale strategico a quello tattico. Nel caso di una guerra combattuta sul campo, ad esempio, sia il generale che il soldato hanno l’obiettivo comune di vincere la guerra. Ed entrambi vogliono che il soldato sopravviva alla battaglia, ma l’importanza relativa della vita del soldato è molto maggiore per il soldato che per il generale. Per questo si assiste alla contrastante immagine da un lato dei politici greci soddisfatti per aver raggiunto l’accordo sul prestito concessogli e, dall’altro, alle manifestazioni di piazza della gente che non vuole accettare i sacrifici necessari a raggiungere quello stesso obiettivo. 

Una brillante, e paradossale, analisi di tale divergenza di vedute è abilmente illustrata nel romanzo Catch 22 di Josef Heller. Il libro narra delle disavventure di un gruppo di aviatori statunitensi appartenenti a uno stormo di bombardieri operante in Italia durante la Seconda guerra mondiale. In esso rimane memorabile il battibecco tra un’ufficiale che dà l’ordine ai suoi uomini di partecipare ad un’azione suicida e un soldato che si rifiuta di obbedire. Alla domanda del primo che chiede esterrefatto: “E se tutti facessero come te?” il secondo, con calma serafica, risponde, “Beh, allora sarei un bel cretino a fare diversamente, no!?”  

23 febbraio 2012
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