I cinguettii di Twitter e la democrazia partecipata: essere offline per legittima difesa

Cosa influenza di più le nostre decisioni? Le emozioni oppure la ragione? Le opinioni sono contrastanti e non esiste una risposta univoca. Però potrebbe essere interessante affrontare tali temi in una duplice ottica: quella economica e quella politica, soprattutto in questo periodo in cui le due cose sembrano, almeno fino ad un certo livello, confondersi. Qualche anno fa, un gruppo di ricercatori di Princeton ha dato avvio a quella che è poi stata identificata come neuroeconomia, ovvero l’indagine sulle basi neurali dei comportamenti economici. I ricercatori hanno verificato sperimentalmente che se si considerano delle persone nell’atto di spartirsi un certo quantitativo di denaro, spesso (ma non sempre) prevale un certo senso di equità: la prima persona, che può decidere quanta parte trattenere per sé e quanta darne all’altro, sembra essere condizionata da una “istintiva” adesione ad una sorta di senso di giustizia: il “disgusto morale” sembra prevalere sul calcolo e l’offerta ingiusta viene evitata.

Questo però risulta vero quando si considerano due persone alla volta e una interazione diretta, vis à vis. Cosa succede quando ci si sposta in contesti che coinvolgono più persone e che utilizzano strumenti molto più asettici per comunicare, quali ad esempio internet? Gli elementi emotivi e razionali sono ancora determinanti nelle decisioni, però questa volta vanno a creare degli effetti in una collettività molto più estesa. In generale, l’organizzazione di un popolo dovrebbe essere fatta in modo da equilibrare gli effetti delle varie tensioni, ma cosa prevale? Il populismo emotivo, di breve termine, o il ragionamento empirico e informato che, generalmente, ha una visione razionale di lungo periodo, votata al “bene comune”?

La possibilità di accedere alla rete modifica sicuramente il nostro approccio ai problemi e può accentuare alcune propensioni piuttosto che altre. L’emotività, la passione, hanno a che fare con la reazione immediata di fronte ad alcune specifiche sollecitazioni (ad esempio attraverso l’interazione su Facebook o Twitter), mentre la ragione ha tempi più lunghi, perché porta a confrontare dati e a interpretarli in base a forme accertate di pensiero (Wikipedia, giornali online o altro). Non è un caso, dunque, se numerosi politici hanno preferito approdare sui social network, abbandonando quasi del tutto i loro tradinzionali canali comunicativi, piuttosto che cimentarsi con altre tipologie di piattaforme. Parlare alla pancia è più semplice e immediato che cercare di intessere un ragionamento articolato.

Anche la democrazia e la repubblica, però, sono in un certo senso piattaforme sulle quali si appoggia il coordinamento degli individui di una comunità. E anch’esse probabilmente hanno qualche conseguenza sulla struttura del pensiero che incentivano. Il messaggio implicito nella struttura della democrazia rappresentativa dice che chi prende più voti governa, mentre quello nella struttura della repubblica dovrebbe incentivare ad un comportamento orientato al perseguimento del bene comune, soprattutto quando è necessario decidere in modo razionale. Il condizionale però è d’obbligo: le reazioni scoordinate e compulsive dei nostri politici alla crisi economica, infatti, ci hanno dimostrato come, sebbene la democrazia possa ancora essere considerato il miglior sistema per decidere “chi comanda”, non sempre lo è per prendere le decisioni più impopolari sebbene necessarie (vedi ricorso ad un Governo di tecnici).

Una democrazia che sappia prendere anche le decisioni gravi, una democrazia che funziona anche in stato di crisi e che riesce ad isolare i germi estremisti, deve consentire di far emergere dall’interazione dei propri cittadini l’aspetto razionale rispetto al contesto, comunque maggioritario, dei messaggi emotivi. Anche l’utilizzo delle piattaforme istituzionali e tecnologiche, quindi, se correttamente gestita può avere la capacità di incentivare di più la ragione o l’emotività nelle decisioni politiche e nei comportamenti collettivi.

La democrazia partecipativa, dunque, non può essere confusa a qualche chattata o pubblicazione su Facebook delle esternazioni di qualche politico. Essa si trasformerà da ideale a materia concreta solo quando dai cinguettii di Twitter si passerà a proposte organiche, condivise e comprensibili.

L’alternativa è mettersi, legittimamente, offline.

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cfr. articolo post De Biase.

17 maggio 2012
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