Mettere su carta i propri pensieri: una soluzione per l’immortalità?

Il 7 maggio del 1824 è una data storica. Beethoven presenta a Vienna, per la prima volta, la sua più famosa sinfonia: la Nona. Ormai completamente sordo da anni, il musicista riuscì a ritrovare la propria vena artistica componendo questa stupenda sinfonia corale. Quella sera, per la prima volta al mondo, delle persone ascoltarono l’Inno alla gioia, parte dell’ode An die Freude di Friedrich Schiller. Oggi la Nona è diventata un baluardo della nostra cultura e, pur non avendo la possibilità di ascoltarne una pregevole esecuzione dal vivo, è sempre possibile recuperare un CD con una incisione di buona qualità per riassaporare le emozioni iniziate quella sera di quasi duecento anni fa. 

Su un vinile la stessa cosa sarebbe però impossibile. Perché? Perché su un LP ci può stare solo un’ora di musica: insufficiente, quindi, a contenere interamente la sinfonia di Beethoven. Fu Norio Ohga, vicepresidente della Sony, ad imporre che il nascente Compact Disc fosse sufficientemente capiente da permettere a questa opera musicale, nella sua versione più lunga diretta da Wilhelm Furtwängler nel 1951, di entrarci completamente. Da allora tutti i CD hanno una durata massima di 74 minuti, per l’appunto. Ma per quanto tempo ancora sarà possibile tramandare non solo la musica, ma anche altre informazioni su supporti informatici di questo tipo? Tutto quello che è salvato sui nostri computer è destinato a svanire o a risultare illeggibile in soli pochi anni: chi sarebbe oggi in grado di leggere i file archiviati solo qualche anno fa su un floppy disc su un nuovissimo e fiammante iPad, ad esempio? Tutta la nostra vita è iperdocumentata: mail, sms, foto, twitter, facebook e chat varie. Ma cosa succede con il cambiamento repentino dei supporti tecnologici a nostra disposizione? 

L’umanità ha sempre conosciuto dei momenti critici di trasformazione: il passaggio dalla cultura orale alla scrittura, il passaggio dal manoscritto al libro e, da ultimo, il passaggio alla scrittura diffusa nel web che, però, ha scarsissime garanzie di durata. Cosa sarebbe successo se le Costituzioni federiciane fossero state, per comodità, salvate in formato pdf e inviate via mail a tutti i sudditi? E se l’ordine di Hitler sulla soluzione finale fosse stato comunicato con un sms? Scomparsi tutti i testimoni, non ci sarebbe stato nessun giorno della memoria, perché non si sarebbe saputo che cosa ricordare, celebrare, commemorare. In altre parole, questa nostra società, la nostra epoca, con il suo proliferare di documentazione di ogni sorta, potrebbe essere quella che meno lascerà una traccia nel futuro: la storia, è noto, ha inizio con la scrittura e con la capacità di tramandare ai posteri dei documenti: basta che questi spariscano perché si ritorni, senza colpo ferire, ad una condizione preistorica de facto. 

Nella sua opera L’immortalità, Kundera descrive come l’ansia di eternità, la speranza di poter lasciare un segno della propria esistenza su questa terra, contamina e contagia quasi tutti, a prescindere dalla cultura o dall’estrazione sociale. Come se soltanto il verificarsi di questa condizione potesse dare un senso alle nostre esistenze, potesse darci prova del fatto che siamo davvero esistiti e che non si è trattato solo di un sogno, anche se realista. Ma per l’autore ceco l’immortalità, se da un lato innalza certi uomini al di sopra della comune esistenza, dall’altro li perseguita, non gli lascia respiro, denudandoli oltremodo. Mentre la continua dematerializzazione dei documenti e dei contatti umani ci divora via web, mettendo a rischio il tramandarsi delle nostre esperienze e conoscenze, continuiamo a ragionare sul se e quanto sia comodo trasferire intere biblioteche sui computer: un leggero sbalzo di tensione e andrebbero in frantumi millenni di civiltà; nulla al confronto del famigerato incendio della biblioteca di Alessandria. 

La soluzione per l’immortalità consiste quindi nel mettere su carta i propri pensieri? Cercare come Dante, Picasso o Einstein di realizzare opere culturalmente imponenti pur di guadagnare un briciolo di immortalità? Purtroppo non tutti, così come nel passato anche nel presente e nel futuro, potranno lasciare una traccia di sé, ma solo alcuni. E tra loro c’è anche chi si lamenta sul tipo di immortalità da raggiungere, come Woody Allen divenuto famoso, tra le altre cose, per questo suo folgorante aforisma: non voglio raggiungere l’immortalità con le mie opere. Voglio raggiungerla non morendo!

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