I lucani a riflettori spenti

Io non ricordo un dibattito così scatenato tra i miei contatti di facebook da quando sono online. Battute*, commenti tecnici, proposte di miglioramento, chi si lamenta della recitazione, chi dell’accento, chi del linguaggio, chi dice che è venuto fuori troppo poco il nostro spirito di lucani (??), chi dice che se ci fosse stata la film commission (una sorta di UFO politico locale) sarebbe stato meglio, chi rosica perché aveva fatto una comparsata e gli hanno tagliato la scena (ritenta, sarai più fortunato), chi dice che poi alla fine ci lamentiamo sempre (ma no…) anche delle cose buone, chi lo ha definito troppo romanzato, chi troppo palestrato, chi l’ ha vista come l’inizio del riscatto lucano (da cosa non è dato sapersi).

Di cosa si parla? Della fiction su Carmine Donatelli Crocco andata in onda in questi giorni su RAI 1 con il titolo “Il generale dei briganti”. Crocco e la sua band, divenuto idolo di folle di giovani (e meno. Alcuni incoscienti, i più frustrati) nostalgici di un tempo che non è mai stato.

La mia domanda invece è: per quanto tempo andremo avanti con questa solfa? Permettetemi lo sfogo. Ragazzi, non se ne può più. Non se ne può più della retorica dei briganti, del popolo cafone, dell’omm s nasc e brigant s mor, delle feste finto pancabbestia a tema Eugenio Bennato (o sue pseudo varianti) con le damigianette di vino a tracolla, dello stato nemico, dei piemontesi e dei borboni, del pecorino, degli strascinati e del peperone crusco (buoni, perlamordidddio) che diventano filosofia di vita e connotazione delle nostre origini, della storia che ci inorgoglisce attraverso le ficiton-polpettone in televisione o nei cinespettacoli nostrani e che dura il tempo di una chiacchiera tra amici. Gli stessi amici che cinque minuti dopo rifanno le valigie e se ne tornano per lavoro o per studio da dove sono venuti. Perché o si è briganti o si è migranti.

Non se ne può più della gente che si sente riscattata nella (dalla?) sua lucanità (boh, esiste sta parola? E se sì, cosa vuol dire?) perché a Sanremo ci sono Arisa e Papaleo. Ci sono? Buon per loro. E buona fortuna, ma a me? A me non cambia niente. Anzi mi da fastidio il baccano amplificato di quelli che “eh, però hai visto, hanno detto il nome del nostro paese al TG1!!”. Ok, farò un cerchietto rosso sul calendario e lo racconterò ai miei nipoti. Promesso.

Siamo così, ci appassioniamo, ci infervoriamo e poi ognuno torna alla sua botteguccia, pronto a bestemmiare a ogni passo perché intorno ci sono muri e istituzioni di gomma, ognuno pronto ad acclamare come un dio sceso in terra chiunque, per qualche secondo, accenda il riflettore sulla nostra regione, pensando che da li possa nascere una rivoluzione. Ma de che?

A me che si parli di Basilicata o di gente della Basilicata al TG o su una rete nazionale non me ne frega assolutamente niente.

Non me ne frega se chi ci vive, qui, non la smette di aspettare che qualcuno da fuori gli faccia intuire che esiste e che può dire come la pensa (sulle fiction sia chiaro, non sia mai parlare del resto).

Non me ne frega se qui, domani mattina e il giorno dopo e il giorno dopo ancora, rimane sempre, tutto, fottutamente uguale.

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*La migliore in assoluto è di Vincenzo Paolino: “Crocco di Rivombrosa”. Chapeau.

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