La solidarietà di Celentano (grazie a Pitagora)

Cosa avranno mai in comune Pitagora e Celentano? Di certo non la filosofia: l’antico greco con il re degli ignoranti, sotto questo aspetto, hanno ben poco da condividere. Però forse qualcosa c’è e non è nemmeno la matematica, ma la matematizzazione: quella nostra attività mentale che governa, disciplina ed ordina una serie di aspetti dei nostri pensieri e, conseguentemente, della nostra stessa vita.

Matematizziamo quando, al risveglio del mattino, ci alziamo, ci laviamo, ci vestiamo, facciamo colazione e coordiniamo tutti i nostri tempi per non giungere tardi al lavoro, o quando acquistiamo il giornale o saliamo sull’autobus. Apparentemente si tratta di azioni più che banali, ma di fatto l’aprire e chiudere un rubinetto, prepararsi il caffè, scegliere l’abito dall’armadio ed indossarlo, contare i soldi per il giornale, leggere i numeri sui display degli autobus in arrivo alla fermata, sono atti che richiedono di distinguere e associare, ordinare e numerare, classificare e seriare, indurre, dedurre e, infine, decidere. E poi fare. A questa nostra naturale propensione ha contribuito negli ultimi lo sviluppo dell’informatica, che altro non studia se non la teoria e le applicazioni della matematica computazionale.

Dai dati del bancomat alle conversazioni col cellulare, dalla musica dei CD ai film dei Dvd, dal navigatore satellitare alle macchine fotografiche digitali, oggi tutta l’informazione è codificata attraverso numeri binari ed elaborata attraverso algoritmi. E il cerchio aperto Pitagora e dai suoi seguaci si è finalmente chiuso: sarebbe difficile, infatti, trovare una realizzazione più efficace e sostanziosa del loro motto “tutto è numero”, di quanto non sia la nostra società informatizzata e digitalizzata. Ma è veramente possibile ridurre tutto a numeri e algoritmi? O non faremo invece la fine degli stessi pitagorici che un giorno si svegliarono e dovettero far fronte alla scandalosa scoperta dell’irrazionale (a causa oltretutto di un metapontino, tale Ippaso)? Uno scandalo che è ancor oggi testimoniato dal significato metaforico che questa parola ha assunto, ben oltre il suo significato tecnico di “quantità non esprimibile mediante un rapporto fra numeri interi”. La verità è che la complessità del reale non si può comprimere all’interno di una formula o di un algoritmo.

E dunque Celentano? Risalito agli onori delle cronache per il suo programmato e continuo tira e molla con i vertici RAI, ha concluso l’accordo di partecipazione al Festival di Sanremo con una cifra da capogiro: oltre trecentomila euro ad apparizione. Per evitare ulteriori polemiche ha dichiarato che tutto il compenso sarà devoluto a cause umanitarie e, quelle che prima erano polemiche, si sono trasformate in elogi. Ma facciamo il punto: la RAI, pagata dai contribuenti, decide di perseguire le proprie strategie aziendali come meglio crede. E chiama Celentano. Celentano non incassa, ma gira i soldi a terzi. Quindi la RAI, quindi noi, giriamo i soldi a terzi, indicati però da Celentano. Insomma Celentano fa beneficienza grazie alla RAI, noi la facciamo alla RAI che lo chiama, quindi Celentano fa beneficienza grazie a noi che paghiamo la RAI che chiama Celentano perché così pensa che poi noi la guarderemo di più in futuro. Più o meno funziona così.

Facciamo beneficienza in modo indolore e asettico, senza nemmeno scegliere a chi dare i soldi: sono solo cifre su un display che si spostano, da un conto all’altro, senza alcuna implicita ripercussione sul nostro stato d’animo, sulla nostra effettiva partecipazione all’iniziativa benefica o sugli sconosciuti che verranno aiutati. Certo, Celentano avrebbe potuto non devolvere tutto il compenso, così come avrebbe anche potuto non cantare mai il Mondo in mi7, ma quel che colpisce è l’apprezzamento unanime per il gesto: la solidarietà delegata, astratta, numerica, matematizzata anche lei.

Che dire? Una formula dietro l’altra, siamo passati dai numeri alla geometria, dal calcolo delle orbite dei pianeti alle simulazioni del tempo atmosferico  (una volta dominio esclusivo dei poeti e sognatori) ad una TV fatta di soli numeri auditel e vago senso di appagamento morale. Possiamo così cedere per un attimo all’illusione di realizzare il sogno di Leibniz: posti di fronte a una situazione della vita, non dobbiamo più rivolgerci al nostro buon senso, ma semplicemente calcolare, anche il valore della solidarietà. Oppure cambiare canale.

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