Il primo pensiero

Mentre scrivo questo articolo sto vedendo passare sullo schermo della TV le incredibili immagini della sciagura della Costa Concordia. Al di là di tutte le cose accadute, delle negligenze, degli errori, dei morti e di quant’altro ancora in fase di accertamento, hanno aiutato moltissimo a capire la dinamica dei fatti alcuni filmati girati direttamente dai naufraghi nei momenti di maggior difficoltà. In quel preciso momento mi si è palesato quanto sia cambiato il mondo. E non intendo da un punto di vista tecnologico, ma proprio da un punto di vista interpretativo.

Tutti, ma proprio tutti, a partire dall’Europa fino ad arrivare alle rivolte della cosiddetta “primavera araba”, passando per le elezioni americane o le sciagure sismiche in Giappone, ci siamo abituati a vedere il mondo non per quello che è, ma in termini di quello che si può pubblicare (o non pubblicare) su Internet. Non so se si possa parlare di preoccupazione, ma una cosa è certa: il vero potere dei social media non è quello di usare le nostre informazioni personali per poi venderle a grosse multinazionali in cerca del miglior modo di spennarci, no. Il loro vero potere, che già si è consumato e sta sempre di più cambiando attivamente le nostre vite, è quello di insinuarsi dentro di noi, cambiando il modo in cui la nostra coscienza percepisce il mondo, anche quando siamo disconnessi.

Io stesso, lo ammetto, ho imparato a vivere e a presentare una vita in quest’ottica: posso andare su Facebook e commentare il post di un amico, riportare su Twitter una battuta spiritosa sentita in ufficio o scrivere qualcosa che reputo estremamente intelligente, scattare un’interessante fotografia della perfetta schiuma che aleggia sulla superficie del mio cappuccino, andare su Linkedin a scrivere quanto sono importanti le mie attività professionali. È facile: con il mio telefono posso fare in pochi minuti tutto questo e molto altro. E, soprattutto, le mie iniziative avranno un pubblico: centinaia, forse migliaia di persone le vedranno e qualcuno risponderà con commenti e con un «mi piace».

Nel 1901 Émile Zola pronunciò la famosa frase: «Secondo me non si può dire di aver veramente visto una cosa finché non la si è fotografata». Oggi potremmo sicuramente dire che se la cosa che fai non è stata pubblicata su Facebook, non è avvenuta. Chi utilizza Facebook, chi ha molti «amici» sul social network e vi accede parecchie volte al giorno, tende a percepire il mondo in modo diverso: è un dato di fatto. Ciò che cambia è l’attenzione crescente (totalizzante?) che si da all’impressione che darà di noi l’aggiornamento del nostro profilo o cose del genere. Per ritornare a Zola potete fare un semplice esperimento mentale: pensate a una volta in cui avete fatto un viaggio o una vacanza con una macchina fotografica e poi a un’altra in cui non l’avevate. L’esperienza è profondamente diversa: cambia il rapporto con la realtà quando non dobbiamo curarci di documentarla.

Chi lo fa per professione sa benissimo che, dopo aver fatto molti scatti, si acquista un «occhio fotografico»: si comincia a vedere la realtà attraverso un mirino, a ragionare in termini di inquadratura, luce, profondità di campo, messa a fuoco, movimento e così via. Anche senza avere la macchina a portata di mano, il mondo si trasforma in un potenziale set fotografico. Oggi i social media forniscono anch’essi un sistema nuovo, di ambito più largamente sociale, di documentare noi stessi, la vita e il mondo intero: mai prima d’ora era stato possibile registrare e mostrare a tutti i nostri amici un flusso di foto, pensieri e opinioni con questa intensità e facilità.

Dunque oggi c’è il serio rischio di acquisire un «occhio da Facebook»: il nostro cervello è sempre alla ricerca delle occasioni in cui ciò che stiamo vivendo possa essere meglio tradotto in un post, in un messaggio che possa attrarre il maggior numero di commenti e di gradimenti. Facebook effettua una trasformazione temporale: il tempo presente non è più tale, ma diventa “passato futuro”.

Cosa voglio dire? Che gli utenti dei social media (me compreso) sono sempre consapevoli che il presente è qualcosa che si può pubblicare online e che sarà consumato da altri. Voglio dire che spesso siamo così presi dal pubblicare la nostra vita su Facebook da dimenticarci di viverla nel presente. Andate ad un concerto per cui avete pagato un biglietto astronomico? Troverete sempre qualcuno che più che cantare, dimenarsi, godersi il momento, si distrae dallo spettacolo perché vuole scattare foto e riprendere video da mettere su YouTube, ad esempio.

Per dire “io c’ero” lo devi dimostrare con un video, una foto, un post indicando anche la tua posizione geografica: altrimenti non è vero, non è mai successo. Qualche tempo fa abbiamo organizzato una cena con degli amici. Sembrava tutto estremamente appetitoso e buono, e abbiamo messo tutto su Facebook ancor prima di assaggiarla. Quando questo succede per una cena uno ci scherza e basta, ma quando il primo pensiero che si ha di fronte ad una situazione di panico estremo, in cui è addirittura a rischio la propria vita, è quella di fare un filmino con il pensiero di pubblicarlo, beh: c’è da riflettere seriamente su quanto tutto sia cambiato.

Susan Sontag ha scritto che «tutto esiste per finire in una fotografia»; oggi potremmo dire che, sempre più, la maggior parte di quel che ci capita esiste davvero solo se poi finisce su Facebook. Perfino la nostra (quasi)morte.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...