I Radiohead, l’arcobaleno e il piede sinistro di Dio.

La notizia della morte di John Nash è arrivata una domenica pomeriggio,
inaspettata. Per di più è avvenuta in maniera tragica, a causa di un incidente
automobilistico, forse proprio in uno dei tanti tragitti che lo portavano da
un’Università all’altra, in tutto il mondo, a parlare delle sue ricerche.
I suoi libri e la sua vita travagliata mi hanno fatto appassionare alla Teoria
dei Giochi tempo fa, motivo per cui le ho dedicato tanti anni della mia
attività di ricerca: prima da tesista, poi durante il dottorato e poi ancora da
assegnista, fino a tenere per diversi anni un corso universitario dedicato
proprio a questa branca della matematica così particolare e affascinante.
Ho avuto la grande fortuna di incontrarlo e di parlarci una volta. Eravamo
ad un Festival della Scienza di qualche anno fa, a Roma. Era uscito da
qualche tempo il film dedicato alla sua vita, A beautiful mind, e molti
conoscevano il suo nome, pochi il suo volto, sovrapposto
cinematograficamente a quello di Russell Crowe. Così, quando l’ho visto
aggirarsi nei corridoi prima dell’inizio della conferenza, in attesa di salire
sul palco, completamente isolato, non ho creduto ai miei occhi e mi sono
fiondato da lui col cuore a mille. Di quel giorno conservo gelosamente,
appesa alla mia parete, la sua tesi di dottorato (che avevo portato con me
stampata alla meno peggio) con la sua firma autografa. La stessa tesi, solo
una trentina di pagine, discussa nel 1950 e che gli è valsa il premio Nobel
quasi cinquant’anni dopo, nel 1994, per aver introdotto il concetto di
“equilibrio” nelle dinamiche decisionali interattive, uno dei risultati più
importanti della matematica dell’ultimo secolo.
E già questo potrebbe bastare.

Un’altra cosa però conserverò per sempre nei miei ricordi di quel breve
incontro: alla mia richiesta di una chiave di lettura per la sua teoria,
domanda tanto banale quanto pretenziosa (insomma, se non si fanno
domande pretenziose a un premio Nobel, a chi mai si potranno fare?) mi
rispose con un sorriso sornione e una frase lapidaria che più o meno
suonava così: “È come nella vita: bisogna sempre cercare di fare il meglio,
per evitare il peggio”. Un sunto perfetto della Teoria dei Giochi, pensai.
Una frase che solo un grande matematico poteva trovare per spiegare in due
parole una teoria tanto complessa. Solo anni dopo ho scoperto che la frase
non era sua, ma una citazione di Italo Calvino tratta da “Se una notte
d’inverno un viaggiatore”.
E questa è stata l’ennesima grande lezione, scritta non in un libro di
matematica questa volta, che ho appreso da John Nash: lo squilibrato
divenuto famoso per la teoria dell’equilibrio.

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Il saggio I Radiohead, l’arcobaleno e il piede sinistro di Dio l’ho pubblicato per la prima volta nel 2009. È
un saggio introduttivo, e spero quanto più divulgativo possibile, nato
proprio con l’intenzione di raccontare, senza l’utilizzo di formule
matematiche, alcuni concetti chiave della Teoria dei Giochi di John Nash.
Oggi più che mai mi pare il modo più intelligente di celebrare un uomo, che
soprattutto è stato un grande matematico.
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Download del saggio sulla Teoria dei Giochi: I Radiohead, l’arcobaleno e il piede sinistro di Dio.

I Radiohead, l’arcobaleno e il piede sinistro di Dio

Avamposto 42

Molto probabilmente nemmeno Douglas Adams lo avrebbe immaginato, quando quasi per scherzo registrò le prime quattro puntate della serie radiofonica nella Londra del 1979. Eppure la sua “Guida galattica per autostoppisti”, primo romanzo della “trilogia in cinque parti”, è diventato un vero cult per gli amanti del genere fantascientifico, fino a conquistare, con il suo humor surreale, l’ultima missione spaziale Expedition42.

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True Detective? Un capolavoro scientifico prima che cinematografico.

True Detective è un capolavoro, c’è poco da girarci intorno. E non lo è solo perché è girato bene ed interpretato magnificamente, ma perché tratta l’orrore dell’uomo e per l’uomo da un punto di vista razionale, biologico, evolutivo. Sta qui il valore aggiunto della serie, che diversamente sarebbe un banale poliziesco: due investigatori, dei crimini irrisolti, qualcosa da nascondere nelle vite di entrambi.

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Sarebbe stato il solito polpettone buonista alla Montalbano, per capirci, oppure quello un po’ più sofisticato di “Gomorra la serie” che, sebbene sia una spanna sopra tutte le altre serie mai girate in Italia, è sempre dieci spanne sotto la media di quelle girate negli States. Infatti non è estremamente difficile essere meglio dei vari nonni liberi, agiografie di Papi, nascite di Gesù, posti al sole, fiction su polizia, carabinieri, finanzieri, che ci manca solo quella sui netturbini. (altro…)

Edgar Allan Poe e la scrittura come teorema matematico.

Quando E.A. Poe scrisse il saggio “La filosofia della composizione”, era il 1846. Apparve per la prima volta sul numero di aprile dello stesso anno del «Graham’s American Monthly Magazine of Literature and Art» e da allora è diventato una vera e propria pietra miliare per tutti gli scrittori (perlomeno per la cerchia ristretta di coloro che prima di scrivere, leggono). Con questo breve testo Poe, descrivendo come si arriva ad un’opera letteraria, critica ferocemente tutti coloro che «preferiscono dare ad intendere che essi compongono in uno stato di splendida frenesia». Perché mentono, ovviamente. Secondo lui, infatti, questa categoria di scrittori è affetta solo da sterile vanità: vorrebbero far credere di riuscire a scrivere partendo da una «estatica intuizione», nascondendo tutto ciò che avviene davvero durante la composizione di un testo.

Poe

 

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Scarlett Johansson, il cervello al 10% e Freud (che non capendo niente, aveva capito tutto)

Ce ne accorgiamo tutte le mattine guardandoci allo specchio: la cosa che ci viene meglio è prenderci in giro. Ci vediamo sempre più belli, interessanti e affascinanti di quello che siamo in realtà. E non funziona solo con l’aspetto fisico: infatti, del tutto arbitrariamente, siamo convinti che “gli altri” siano sempre un po’ più stupidi, lenti, cattivi e presuntuosi di noi. Il fatto è che quasi mai ci rendiamo conto che anche noi facciamo parte del gruppo de “gli altri” di chiunque altro ci osservi, quindi nel ragionamento c’è qualcosa che non torna. Occhi Scarlett Johansonn

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L’inglese di Renzi e la brutta abitudine di non scrivere i discorsi.

Quando si fa un viaggio all’estero lo si capisce subito: siccome noi italiani non abbiamo mai imparato decentemente una lingua straniera, inglese in primis, gli abitanti del Paese che stiamo visitando si sono visti costretti ad imparare loro una lingua straniera, cioè l’italiano, per comunicare con noi. Perché altrimenti non saremmo nemmeno in grado di ordinare una bottiglia di acqua gassata, che è la “sparkling water” e non l’imbarazzante “uater uit gas, tenkiù”.

Renzi

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